Per un intervento rivoluzionario nel sindacato

Il diciannovesimo congresso della Cgil cade in un contesto nazionale e internazionale di crisi, che dal punto di vista storico sta offrendo lo sviluppo di nuovi scenari, come la pandemia, la crisi ambientale e il pericolo sempre più imminente di una guerra mondiale con un potenziale distruttivo in grado di cambiare le sorti dell’umanità. Tali avvenimenti hanno colto totalmente impreparato il movimento sindacale mondiale nonché l’intero universo atomizzato della sinistra. Di fronte a questa situazione, il movimento operaio mondiale è disgregato e orfano di riferimenti, di partiti e di una strategia. Se nei paesi più industrializzati la fase espansiva del capitalismo aveva favorito lo sviluppo di cicli importanti di lotta di classe che portarono a conquiste sindacali, miglioramenti delle condizioni di vita e all’esigenza della classe operaia di organizzarsi in un partito per agire politicamente su scala nazionale e internazionale, oggi ci troviamo di fronte a una situazione totalmente diversa. I fallimenti politici del ‘900 uniti alla fase di contrazione economica che si è accentuata dagli anni ‘70, dove si sono ridotti ulteriormente i margini di conquista internamente al sistema vigente, hanno portato alla scomparsa delle grandi organizzazioni politiche di riferimento delle classi lavoratrici, lasciando spesso gravare unicamente sul sindacato anche scelte e direzioni politiche. La crisi della democrazia investe tutto il mondo, proprio a causa dell’impossibilità di rappresentanza degli interessi della classe lavoratrice che sono sempre più incompatibili con quelli della borghesia. Questa crisi si riflette inevitabilmente anche sul sindacato. La crisi del sindacato è stata al centro anche del dibattito del congresso della Cgil che in Italia, con i suoi 5 milioni di iscritti, di cui più della metà pensionati, è attualmente la più grande organizzazione di lavoratori esistente. Pertanto, in assenza di un partito di riferimento dei lavoratori, di una lotta di classe spontanea e generalizzata e considerando la forte influenza all’interno del sindacalismo confederale, la sua linea politica coincide materialmente con la linea politica del movimento dei lavoratori italiano. Quindi, quanto emerge dal suo congresso è qualcosa con cui tutti i lavoratori e le lavoratrici sono obbligati a fare i conti e ci restituisce un ritratto esaustivo dello stato di salute del sindacato, del movimento operaio italiano, della sua attuale direzione e dei rapporti tra questi soggetti.

Il contesto italiano

In Italia, alcuni di questi aspetti risultano più accentuati a causa della severità con cui il paese è stato colpito dalla crisi. Le motivazioni di ciò vanno ricercate innanzitutto nel carattere peculiare del suo tessuto industriale, rimasto molto legato alla presenza della piccola impresa che occupa una percentuale di gran lunga più alta in confronto agli altri tessuti produttivi europei, composti da un numero più grande di imprese di medie dimensioni, le quali sono quelle maggiormente dedite agli investimenti, non solo rispetto alle piccole ma anche rispetto ai grandi monopoli. Questi fattori risultano essere un freno ulteriore all’intervento sindacale e alla possibilità di miglioramenti economici della classe lavoratrice. La debolezza dell’economia nazionale ha quindi impattato sulla crisi che attraversa il nostro paese, come l’intero globo, dal 2008 e ha portato un aumento straordinario del livello di sfruttamento sul lavoro, il quale si è tradotto in un peggioramento tangibile delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici: perdita del potere d’acquisto, precariato, ritmi lavorativi estenuanti, smantellamento dei servizi pubblici, aumento dell’età pensionabile, un numero crescente di tavoli di crisi delle imprese, disoccupazione a livello record nel meridione, aumento delle morti sul lavoro e delle malattie causate dall’attività lavorativa. A questi temi il sindacato non è riuscito a costruire nessuna risposta significativa. La mancanza di margini di miglioramento delle condizioni di vita ha accompagnato una sfiducia generalizzata da parte di lavoratori e lavoratrici sia nella lotta sia nella rappresentanza sindacale. La tendenza all’astensione elettorale nei congressi, la mancanza di un vero ricambio generazionale nelle organizzazioni sindacali e la scarsa partecipazione agli scioperi ne sono sintomi evidenti. Questa depressione soporifera ha intensificato i processi di burocratizzazione nelle organizzazioni sindacali, che hanno tolto ulteriormente spazio alla democrazia interna nelle stesse organizzazioni e nei luoghi di lavoro. Nel caso dei sindacati confederali ha favorito la spinta dei vertici a cercare maggiormente l’approvazione dello Stato e anche del padronato, rispetto a quella dei lavoratori, traducendosi in politiche di conciliazione con le controparti. A tale scopo è necessaria la pace sociale, è necessario isolare le lotte e le vertenze e bloccare sul nascere ogni iniziativa spontanea dei lavoratori.

Il congresso della CGIL

Nel congresso in atto della CGIL sono presenti tutte le contraddizioni della crisi del sindacato e in quella direzionale del movimento operaio che prende forma nell’azione reale, sia nella linea ufficiale sia in quella dell’opposizione interna. Il problema della democrazia interna è il primo fattore che viene fuori. Nel congresso sono stati presentati due documenti da far votare agli iscritti: uno di maggioranza (https://www.fisac-cgil.it/wp-content/uploads/Congresso2022_doc1.pdf) e uno di opposizione (https://www.fisac-cgil.it/wp-content/uploads/Congresso2022_doc2.pdf). I risultati delle votazioni esprimono innanzitutto una scarsa partecipazione al voto. Dai primi dati risulta che ha votato poco più di un quarto del totale degli iscritti: 1.339.590 iscritti, che sono poi poco più di un ventesimo dei salariati in Italia. Questo indica un aumento dello scollamento della direzione non solo con i lavoratori italiani ma anche con la base interna al sindacato stesso. Come era prevedibile, il documento della maggioranza ha ottenuto una vittoria schiacciante con oltre il 97% delle preferenze. Circa trentamila iscritti hanno votato per quello della minoranza. Il documento “Il lavoro crea futuro” della maggioranza nonostante riconosca i fallimenti degli ultimi anni non fa nessun passo indietro rispetto alla linea strategica riassumibile con l’avvicinamento a Uil e Cisl e nell’obiettivo di ricerca del confronto con Stato e padroni per il bene del paese e per la sua ripresa economica. Per quanto detto, questa linea è dettata più dall’autoconservazione del ruolo del sindacato e dalla sua burocrazia all’interno dello Stato che dalle esigenze reali dei lavoratori.

Sindacato partecipativo e sindacato conflittuale

La riflessione posta alla base del documento di maggioranza è che la contrapposizione tra sindacato partecipativo e sindacato conflittuale sia falsa. Questa si risolverebbe nel fatto che rappresentano momenti intrecciati in cui uno rinvia all’altro a seconda delle situazioni concrete e dei rapporti di forza del momento. Ma il modello partecipativo portato avanti in questi anni non ha favorito nessuno sviluppo di rapporti di forza, semmai lo ha ostacolato. L’obiettivo principale che viene presentato ai lavoratori e che delinea i tratti della strategia partecipativa è quello di ritagliarsi uno spazio democratico all’interno dello Stato e delle imprese per ottenere giustizia sociale, e migliorare le proprie condizioni. L’impresa viene descritta come un sistema sociale complesso nel quale convivono diversi punti di vista, diverse soggettività e dove attraverso la negoziazione si può trovare la definizione di un punto di equilibrio tra le parti. Il concetto di “luogo di convivenza di diverse soggettività” viene allargato allo Stato, per quanto riguarda il ruolo politico dei lavoratori, e anche nella visione internazionale del “multilateralismo”, un mondo ideale dove il contrasto tra gli interessi delle nazioni può essere risolto attraverso negoziati e cooperazioni. Quello però che la realtà ci restituisce è un conflitto continuo, interno alle imprese, allo Stato e anche nei rapporti tra le nazioni. In una fase di crisi acuta come quella che viviamo, il conflitto è più vivo che mai, anche quando viene combattuto soltanto da una parte. I lavoratori sono stati posti continuamente sotto attacco da qualsiasi governo e nella quasi totalità dei luoghi di lavoro. Porsi come obiettivo la pace sociale per favorire la partecipazione alla gestione della crisi a scapito del conflitto è già una sconfitta e non permette di costruire quei rapporti di forza necessari per portare avanti gli interessi dei lavoratori. Lo dimostrano i risultati ottenuti in questi anni. A partire dalle tante vertenze aziendali che sono state sempre tenute isolate l’una dalle altre per non alimentare tensioni sociali e rovinare così il progetto di sindacato partecipativo. Nel migliore dei casi, quando non ci si è trovati di fronte a dei fallimenti si è ottenuto poco in cambio di sacrifici. Il caso GKN mostra come un tavolo di crisi con alla testa una direzione conflittuale, costruita in maniera partecipativa a livello di fabbrica, sia riuscito a smuovere in solitudine masse cento volte superiori agli operai stessi della fabbrica, per ritrovarsi isolato all’interno dello stesso sindacato della sua RSU. A livello di vertenze nazionali le cose sono andate decisamente peggio, strappando qualche briciola dal punto di vista economico e nulla dal punto di vista politico. I pochi scioperi generali indetti negli ultimi dieci anni sono stati sempre stati fatti in ritardo (quello del 2014 contro il Job Act, a legge già approvata) oppure con scarso preavviso (quello del dicembre 2021 e quelli regionali dello stesso mese nel 2022), senza un percorso di costruzione necessario dato lo sfaldamento della classe e senza avere neanche il tempo di organizzare assemblee nei luoghi di lavoro per intavolare le discussioni atte a favorire la partecipazione ad essi. Il fatto che per due anni di fila ci sia stato uno sciopero contro la finanziaria è una cosa che non accadeva da tanto ed è emblematica del momento che stiamo vivendo. Ma l’attacco ricevuto dai lavoratori non ha mai avuto una risposta di uguale intensità e radicalità. Se da un lato è vero che non c’è una partecipazione spontanea ai momenti di lotta, dall’altro lato è anche vero che non si fa nulla per creare le condizioni affinché questo possa avvenire. Perché a un “sindacato partecipativo” conviene questo, in quanto in una fase simile una partecipazione di massa alla lotta mostrerebbe chiaramente quanto per i lavoratori in realtà non esista attualmente nessuno spazio democratico dove potersi inserire. Anche a livello di contrattazione collettiva ha sempre prevalso la trattativa, senza mai organizzare una lotta e una discussione all’interno dei luoghi di lavoro. Il “Patto per la fabbrica” del 2018 per esempio ha portato alla firma di CCNL che non hanno tutelato il potere d’acquisto e dove non era prevista neanche nella fase di contrattazione la diminuzione dell’orario lavorativo (fermo al 1970, dopo cinquant’anni di progresso tecnologico). Gli interessi dei lavoratori sono stati totalmente scavalcati da quelli delle imprese. Contratti che, tra l’altro, la FIOM dieci anni prima avrebbe bocciato senza indugi. Per esempio nell’ultimo CCNL dei metalmeccanici sono stati barattati aumenti salariali insufficienti già nel 2021, e assorbiti ormai totalmente dall’inflazione, o una maggiore partecipazione degli operai nella vita dell’impresa, con un nuovo inquadramento di livelli contrattuali strettamente legato alle competenze (“soft skills”) per andare incontro alle esigenze padronali (in quanto questo inquadramento sancisce un legame più diretto tra livello e quindi salario e mansione). Per rendere onore al “Patto per la Fabbrica” si è rinunciato alla lotta (4 misere ore di sciopero, per il contratto precedente ne furono 12) e a una partecipazione diretta degli operai, che sono stati chiamati in causa soltanto per mettere due crocette di approvazione. E’ stato così firmato un contratto descritto in maniera unanime dai burocrati sindacali come il migliore dei contratti possibili quando invece come risultato principale ha avuto solo quello di prolungare la pace sociale nella fase delicata della pandemia, spegnendo ogni possibile tensione che coltivata avrebbe potuto costruire dei reali rapporti di forza a favore della classe lavoratrice.

Pandemia, crisi sanitaria e sfruttamento

La pandemia di Covid non è stata una catastrofe naturale capitata casualmente, ma un fattore storico della crisi capitalista che ha colpito il mondo nell’epoca della decomposizione del regime del capitale. Questa decomposizione si manifesta in molteplici aspetti come la depredazione dell’ambiente e l’inabilità delle condizioni di vita, lavoro, abitazione e salute. Tra il 2011 e il 2018 l’OMS aveva registrato 1.483 eventi epidemici in 172 paesi e c’erano tutte le avvisaglie che potesse svilupparsi una pandemia globale (https://www.genano.com/it/infobase/aumenta-la-probabilita-di-una-pandemia-globale). Inoltre è stata studiata scientificamente la relazione tra i salti di specie che fanno i virus e i processi di deforestazione-industrializzazione-urbanizzazione, cresciuti esponenzialmente per esempio nella fase di restaurazione capitalista in Cina, epicentro iniziale della pandemia (https://ohi.sf.ucdavis.edu/what-weve-found). Sono aspetti importanti, di cui tenere conto perché la fine della pandemia di covid non significherà l’uscita dalla situazione storica sanitaria attuale, che può essere caratterizzata come epidemia di epidemie. Quindi la politica dei lavoratori e l’intervento sindacale dovranno tenere in conto anche di questo, soprattutto nella relazione tra la gestione di tali situazioni, che non possono essere considerate “eccezionali”, e l’aumento dello sfruttamento. Durante la crisi sanitaria, il conflitto capitale/lavoro si è elevato a una questione di vita o di morte e la salvaguardia del regime di sfruttamento ha portato i governi di tutto il mondo e di ogni colore a mandare al macello milioni di lavoratori. Ne è seguita una gestione fallimentare dell’emergenza, che mostra la totale inconsistenza della teoria del “multilateralismo” in un mondo diviso in classi sociali, i cui interessi non possono conciliarsi, soprattutto nel momento di massima crisi e decadenza del sistema economico e sociale che le ha prodotte. In Italia se è vero che i protocolli di sicurezza sono serviti a ridurre il numero di contagi sui luoghi di lavoro è anche vero che questi hanno fermato le lotte spontanee degli operai nel settentrione per far continuare la produzione anche quando non necessaria. Protocolli tra l’altro notoriamente non rispettati anche quando il distanziamento sociale era scientificamente l’unica difesa dell’umanità contro la pandemia. Anche in questo caso, nel dialogo con le controparti, gli interessi dei lavoratori sono stati scavalcati da quelli delle imprese, che hanno mantenuto attiva la produzione, e da quelli dello Stato, il quale, decidendo cosa fosse sacrificabile e cosa no, ha retto a un totale tracollo del PIL e della sanità. Il prezzo della pace sociale in questo caso ha dovuto mettere in conto oltre 160mila morti in Italia tra il 2020 e il 2021 (https://www.quotidianosanita.it/m/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=104522), quasi 7 milioni “ufficiali” nel mondo (l’OMS ne ha stimati almeno il doppio), accompagnati da un aumento dei morti sul lavoro nonostante per mesi tante attività fossero bloccate, due anni vissuti tra la massima alienazione e nessun passo politico e di coscienza in avanti per i lavoratori, i quali si sono successivamente trovati di fronte al livello più alto di lotta di classe mosso contro di loro: la guerra imperialista.

La guerra in Ucraina

Seppur sia limitata all’interno dei confini ucraini e veda sul campo di battaglia soltanto la partecipazione attiva di due eserciti, in questa guerra sono implicate tutte le maggiori potenze mondiali. Nel documento congressuale della maggioranza Cgil, invece, si liquida la responsabilità della guerra alla politica scellerata di Putin e alla sua ingiustificabile invasione. Da questa analisi si evince che non può essere un interesse dei lavoratori scioperare contro il proprio governo sulla guerra. Di conseguenza il loro compito si limiterebbe alla partecipazione nel movimento pacifista, rivendicando trattati di pace e la costruzione di un vero multilateralismo. Il risultato di ciò non può che consistere nell’essere spettatori passivi della storia, in attesa che l’Italia e la NATO non entrino direttamente in guerra sul campo di battaglia, frangente che significherebbe l’avvenuto scoppio di una guerra mondiale con il forte rischio di escalation nucleare. Premettiamo che la guerra della burocrazia restaurazionista russa è criminale e imperialista, portata avanti per gli interessi dell’oligarchia espropriatrice del proletariato sovietico e colpevole di condurre allo scontro quegli operai russi e ucraini che la rivoluzione aveva unito. Rappresenta in pieno l’ultimo passo della sanguinosa controrivoluzione. Pertanto va condannata e combattuta dai lavoratori russi, ucraini e di tutto il mondo. Allo stesso tempo, però, non si possono chiudere gli occhi davanti al ruolo fondamentale della NATO nella preparazione di questa guerra: l’addestramento internazionale delle forze armate ucraine e dei loro “battaglioni” filonazisti, integrati successivamente nell’apparato militare statale, è qualcosa che ha avuto inizio già nella metà dello scorso decennio. Le ragioni di tale conflitto scaturiscono innanzitutto dalla crisi dell’imperialismo mondiale, in primis quello degli USA, e dalle crisi di consenso e di potere dei suoi regimi politici. Inoltre il conflitto in Ucraina non è separabile dal contesto della guerra economica in atto da anni tra USA e Cina, destinata in futuro a spostarsi sul piano militare. Dal punto di vista geopolitico è una guerra che prende corpo nel cuore dell’Europa e che colpisce in prima battuta l’Unione Europa e la Russia, per minare una loro possibile alleanza strategica. Questa porterebbe alla nascita di un terzo blocco all’interno della guerra economica, che sarebbe uno schiaffo insostenibile per l’imperialismo yankee. Le cause scatenanti dell’invasione russa nascono, infatti, proprio dal boicottaggio portato avanti dagli Stati Uniti delle relazioni economiche tra UE (Germania in primis) e Russia, in particolare del gasdotto North Stream 2. Relazioni che andavano incontro alle esigenze delle rispettive borghesie: dal lato europeo per via della non indipendenza economica in fatto di materie prime, problema che esiste dalla fine degli imperi coloniali e che non le permette un posto di rilievo nell’imperialismo mondiale; dal lato russo per via del processo necessario di integrazione nel mercato mondiale dell’economia nazionale, come tassello fondamentale per portare a termine la restaurazione capitalista e per non andare incontro a una crisi senza precedenti. La guerra di Putin nasce come tentativo disperato del ripristino di tale processo. La caratterizzazione del conflitto come “locale”, o di “difesa nazionale”, è da inserire all’interno della propaganda di guerra occidentale (nonostante sia adoperata anche da diversi compagni). In realtà il conflitto è diventato un’arma letale per intere società perché mina direttamente la capacità politica e militare, in questo caso della Russia, della Cina e anche di potenze come India, Brasile, Germania e altri paesi UE. Non può esistere una soluzione pacifica a tale situazione. I trattati di pace rivendicati dal documento congressuale della maggioranza Cgil potrebbero al più portare a una tregua, magari ridefinendo dei confini, ma non farebbero altro che spostare la linea di faglia, nel luogo e nel tempo. A questa tregua non potrà che seguire una catastrofe ancora più grande, perché le cause della guerra continueranno a gonfiarsi con l’avanzare inesorabile della crisi. La strada per fermare la guerra può essere percorsa solo coltivando la fraternizzazione e il protagonismo politico dei lavoratori e degli sfruttati di tutto il mondo contro la guerra, ma anche su questo tema il sindacato si pone più come un freno che come un vettore. Il sindacalismo di base ha indetto uno sciopero generale contro la guerra lo scorso maggio. La CGIL ha aspettato la manovra finanziaria di dicembre per scioperare, ma nel farlo ha slegato completamente quella lotta dal contesto dell’economia di guerra in cui quella manovra è stata concepita, tenendo fuori dalle rivendicazioni lo stop all’invio di armi. Anche in questo caso, tra i problemi principali esposti ai lavoratori c’è stata la chiusura del governo alla partecipazione del sindacato nelle scelte, lo stesso governo che partecipa al prolungamento del conflitto in Ucraina. In questa fase, mostrare ambiguità sulla linea del proprio paese, senza costruire scioperi e discussioni nei luoghi di lavoro, è allo stesso tempo un freno al protagonismo dei lavoratori e una strizzata d’occhio a quelle classi sociali, per cui la guerra diventa una necessità. La guerra imperialista si presenta come punto di svolta definitivo, come il massimo livello di conflitto raggiungibile, dove l’idea di “sindacato partecipativo” porta direttamente al collaborazionismo di classe.

Opposizione CGIL e sindacalismo di base

Così come la crisi del sindacato tocca i vertici e le burocrazie dei confederali, essa si riflette anche nelle sue avanguardie. Nel congresso CGIL, il documento alternativo presentato dalle opposizioni offre alcune critiche condivisibili alla burocrazia interna e anche alcuni spunti di riflessione analitici sulla pandemia e l’aumento di sfruttamento che crediamo sia positivo portare nella classe. Allo stesso tempo però vengono fuori tutti i limiti di questa opposizione, arrivata a questa fase dopo anni di divisioni in varie micro-correnti e mini-frazioni riunitesi poi puntualmente in vista del congresso. Ci troviamo di fronte a un’opposizione puramente congressuale, sviluppata più a tavolino che nelle lotte reali, le quali saranno le uniche in grado di mettere in discussione la linea dei vertici. Infatti la sensazione che pervade la lettura del documento è che esso non nasca dalle reali esigenze dei lavoratori, ma da quelle delle micro-organizzazioni politiche di riferimento che compongono tale area sindacale e che hanno nella loro strategia il compito di marcare presenza nella Cgil. Nelle risoluzioni e nelle proposte, lo scopo attorno a cui sembra ruotare il discorso è l’intenzione di riformare il sindacato, per renderlo più radicale e vicino alla sua storia: “una CGIL che vorrei” per sviluppare più facilmente un intervento di partito e ritagliarsi uno spazio all’interno del più grande sindacato italiano. Se il documento della maggioranza ha i tratti politici di un riformismo che oggi fatica a inserirsi nei margini democratici, quello di minoranza finisce per rincorrere le politiche di vertice in un’espressione più radicale. Si rivendicano investimenti, riforme del fisco, una liberazione della sanità e dell’istruzione pubblica dagli interessi delle imprese e una svolta sindacale in grado di contrastare la crisi. Insomma si cerca di mobilitare i lavoratori con il fine di voler liberare lo Stato dalla morsa del capitale, stesso obiettivo fallimentare perseguito dai vertici, anche se condotto in maniera concertativa. Negli ultimi anni non è stata condotta nessuna lotta e propaganda unitaria contro tali vertici. Neanche nei momenti più delicati. L’ambiguità con cui ci si è mossi nel percorso che ha portato alla firma dell’ ultimo contratto dei metalmeccanici ne è un esempio. Al momento di votare la piattaforma di trattativa presentata dai vertici confederali nel 2019, non ci si è opposti alla piattaforma a causa della presenza di un aumento dell’8% in 3 anni. Alcune aree si sono astenute e altre che si sono addirittura esposte per votarne l’approvazione. È ovvio che se confrontata la piattaforma con la miseria ottenuta con il Ccnl del 2017, essa risultava accettabile agli occhi dei lavoratori, ma quell’8% spacciato come oro era poca cosa già nel momento in cui fu presentato, se messo in relazione con la trentennale perdita del potere d’acquisto e la stagnazione salariale. Oggi lo stesso aumento sarebbe stato totalmente assorbito dall’inflazione. Non opponendosi a quel pacchetto imposto dai vertici, che era ovvio sarebbe stato soggetto a un ridimensionamento delle richieste iniziali, si è legittimato tutto il resto della trattativa e anche la scarsa partecipazione dei metalmeccanici con cui è stata portata avanti fin dall’inizio. Sicuramente non è stato accompagnato nessun passo in avanti della classe operaia e si è rinunciato alla costruzione di un’opposizione non letteraria ma reale, che potesse avere riscontri più significativi e quantificabili anche nel congresso. La volontà di non appoggiare realmente (ma solo come operazioni di facciata) e propagandare tra i lavoratori gli scioperi del sindacalismo di base con piattaforme più avanzate (come quello del Maggio 2022 contro la guerra) è un’altra evidente pecca della strategia che rende questo modo di fare opposizione un’appendice dell’agire dei vertici. Che il sindacalismo di base abbia rappresentato una ventata di aria fresca nella lotta di classe in Italia degli ultimi anni è innegabile. La lotta economica del Si Cobas nella logistica ne è l’esempio più importante. Tuttavia la crisi del sindacato si fa forte anche nelle organizzazioni più conflittuali e meno legate allo Stato. Problemi di burocratizzazione non esentano il sindacalismo di base, che, sebbene negli ultimi anni abbia fatto dei passi in avanti, ad esempio proclamando scioperi unitari (almeno nelle intenzioni), resta sempre ancorato a logiche autoreferenziali, necessarie per mantenere la presa sui propri iscritti. Queste contraddizioni vengono fuori negli stessi scioperi, dove più volte sono state organizzate manifestazioni separate, divise per sindacati diversi. Il riflusso della lotta economica ha portato anche il sindacalismo di base a tentativi di salti politici, ma anche in questo caso, come per l’opposizione CGIL, le piattaforme risultano essere una versione più radicale di quelle dei confederali. L’ambiguità mostrata in alcune fasi della pandemia, aprendo alla lotta dei movimenti no green pass e no vax, per andare incontro ad alcune minoranze interne e magari conquistare qualche lavoratore deluso dalle politiche dei confederali, ha portato le sigle più importanti a non poter esprimere coerentemente solidarietà convinta alla CGIL quando in una di queste manifestazioni reazionarie c’è stato l’assalto alla sede di Via del Corso. L’odio per la CGIL (purtroppo a volte anche verso i suoi iscritti) con cui le piccole burocrazie dei sindacati di base hanno nutrito e cresciuto i propri militanti, ha portato questi a non prendere posizione (se non come atto formale) nei confronti di un atto fascista, in cui si assisteva a un tentativo seppur goffo e grottesco di mobilitazione della piccola borghesia contro i lavoratori. Il che ha rappresentato un freno alle coscienze degli iscritti in una fase delicata come quella della pandemia, dove il conflitto capitale/lavoro si era inasprito e ha mostrato in maniera più nitida del solito come la classe operaia ricevesse attacchi da più di fronti. Tali logiche prevalgono anche quando si evita di partecipare con una piattaforma propria agli scioperi dei confederali. In alcuni casi abbiamo assistito a dei veri boicottaggi, come quello di USB per lo sciopero generale di dicembre 2021. Una strategia infantile che più che boicottare i briganteschi vertici dei confederali, boicotta qualsiasi avanzamento della classe. Inoltre, non si tiene conto che, nonostante l’arretratezza delle piattaforme, gli scioperi generali dei confederali sono attualmente gli unici in grado di mobilitare una quantità significativa di lavoratori e in particolare di proletariato di fabbrica.

Combattere le burocrazie, unire i lavoratori

Se è vero che in Italia non abbiamo assistito a un risveglio spontaneo del movimento operaio, è anche vero che la maggior parte dei fuochi viene spento sul nascere dalle burocrazie, attraverso l’isolamento forzato e il controllo sulla gestione delle vertenze. Pertanto tali burocrazie, soprattutto quelle dei confederali e della CGIL, rappresentano attualmente il freno principale ad una ascesa della lotta di classe. L’avanzare della crisi e della guerra aumenta la gravità del loro operato e mostra la necessità di un drastico cambio di passo. Come comunisti rivoluzionari ci sentiamo pienamente coinvolti in tale processo. La sinistra di classe che è stata in maggior o minor misura responsabile di questo reflusso, lo enfatizza dichiarando l’inesistenza di movimenti di lotta, e così facendo ne rimane completamente ai margini; in alternativa si limita ad una critica di bandiera alla burocrazia duranti i congressi della Cgil. La classe, morsa dalla crisi, sarà costretta sempre più a lottare. L’arretramento della coscienza rischia di investire le direzioni, anche quelle “anticapitaliste”, più di quanto non investirà realmente la stessa classe. Per dei seri militanti comunisti l’alternativa tra l’intervento in CGIL e quello nei sindacati di base è sterile e perdente. Per questo crediamo che l’unica soluzione sia costituita dalla costruzione di una tendenza intersindacale che promuova l’unità di lavoratori combattivi e antiburocratici della CGIL, dei sindacati di base o anche orfani di rappresentanza sindacale. Una tendenza che promuova una battaglia unitaria contro la burocrazia, e allo stesso tempo, un fronte unico di lotta, partecipando ad ogni mobilitazione o sciopero promosso dai sindacati, pure burocratici (caratteristica comune come detto). Rivendicando una piattaforma autonoma del movimento operaio (riduzione dell’orario di lavoro e scala mobile delle ore di lavoro, salario minimo e scala mobile dei salari, eliminazione di tutte le forme di contratto precario, etc.). Una tendenza intersindacale che si faccia direttamente vettore degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, per l’indipendenza politica di classe. Una tendenza intersindacale che attraverso la sua azione mostri chiaramente l’incompatibilità della classe lavoratrice con gli interessi dei padroni, dello Stato e delle stesse burocrazie sindacali.

La Redazione

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Per un intervento rivoluzionario nel sindacato

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Il diciannovesimo congresso della Cgil cade in un contesto nazionale e internazionale di crisi, che dal punto di vista storico sta offrendo lo sviluppo di nuovi scenari, come la pandemia, la crisi ambientale e il pericolo sempre più imminente di una guerra mondiale con un potenziale distruttivo in grado di cambiare le sorti dell’umanità. Tali avvenimenti hanno colto totalmente impreparato il movimento sindacale mondiale nonché l’intero universo atomizzato della sinistra. Di fronte a questa situazione, il movimento operaio mondiale è disgregato e orfano di riferimenti, di partiti e di una strategia. Se nei paesi più industrializzati la fase espansiva del capitalismo aveva favorito lo sviluppo di cicli importanti di lotta di classe che portarono a conquiste sindacali, miglioramenti delle condizioni di vita e all’esigenza della classe operaia di organizzarsi in un partito per agire politicamente su scala nazionale e internazionale, oggi ci troviamo di fronte a una situazione totalmente diversa. I fallimenti politici del ‘900 uniti alla fase di contrazione economica che si è accentuata dagli anni ‘70, dove si sono ridotti ulteriormente i margini di conquista internamente al sistema vigente, hanno portato alla scomparsa delle grandi organizzazioni politiche di riferimento delle classi lavoratrici, lasciando spesso gravare unicamente sul sindacato anche scelte e direzioni politiche. La crisi della democrazia investe tutto il mondo, proprio a causa dell’impossibilità di rappresentanza degli interessi della classe lavoratrice che sono sempre più incompatibili con quelli della borghesia. Questa crisi si riflette inevitabilmente anche sul sindacato. La crisi del sindacato è stata al centro anche del dibattito del congresso della Cgil che in Italia, con i suoi 5 milioni di iscritti, di cui più della metà pensionati, è attualmente la più grande organizzazione di lavoratori esistente. Pertanto, in assenza di un partito di riferimento dei lavoratori, di una lotta di classe spontanea e generalizzata e considerando la forte influenza all’interno del sindacalismo confederale, la sua linea politica coincide materialmente con la linea politica del movimento dei lavoratori italiano. Quindi, quanto emerge dal suo congresso è qualcosa con cui tutti i lavoratori e le lavoratrici sono obbligati a fare i conti e ci restituisce un ritratto esaustivo dello stato di salute del sindacato, del movimento operaio italiano, della sua attuale direzione e dei rapporti tra questi soggetti.

Il contesto italiano

In Italia, alcuni di questi aspetti risultano più accentuati a causa della severità con cui il paese è stato colpito dalla crisi. Le motivazioni di ciò vanno ricercate innanzitutto nel carattere peculiare del suo tessuto industriale, rimasto molto legato alla presenza della piccola impresa che occupa una percentuale di gran lunga più alta in confronto agli altri tessuti produttivi europei, composti da un numero più grande di imprese di medie dimensioni, le quali sono quelle maggiormente dedite agli investimenti, non solo rispetto alle piccole ma anche rispetto ai grandi monopoli. Questi fattori risultano essere un freno ulteriore all’intervento sindacale e alla possibilità di miglioramenti economici della classe lavoratrice. La debolezza dell’economia nazionale ha quindi impattato sulla crisi che attraversa il nostro paese, come l’intero globo, dal 2008 e ha portato un aumento straordinario del livello di sfruttamento sul lavoro, il quale si è tradotto in un peggioramento tangibile delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici: perdita del potere d’acquisto, precariato, ritmi lavorativi estenuanti, smantellamento dei servizi pubblici, aumento dell’età pensionabile, un numero crescente di tavoli di crisi delle imprese, disoccupazione a livello record nel meridione, aumento delle morti sul lavoro e delle malattie causate dall’attività lavorativa. A questi temi il sindacato non è riuscito a costruire nessuna risposta significativa. La mancanza di margini di miglioramento delle condizioni di vita ha accompagnato una sfiducia generalizzata da parte di lavoratori e lavoratrici sia nella lotta sia nella rappresentanza sindacale. La tendenza all’astensione elettorale nei congressi, la mancanza di un vero ricambio generazionale nelle organizzazioni sindacali e la scarsa partecipazione agli scioperi ne sono sintomi evidenti. Questa depressione soporifera ha intensificato i processi di burocratizzazione nelle organizzazioni sindacali, che hanno tolto ulteriormente spazio alla democrazia interna nelle stesse organizzazioni e nei luoghi di lavoro. Nel caso dei sindacati confederali ha favorito la spinta dei vertici a cercare maggiormente l’approvazione dello Stato e anche del padronato, rispetto a quella dei lavoratori, traducendosi in politiche di conciliazione con le controparti. A tale scopo è necessaria la pace sociale, è necessario isolare le lotte e le vertenze e bloccare sul nascere ogni iniziativa spontanea dei lavoratori.

Il congresso della CGIL

Nel congresso in atto della CGIL sono presenti tutte le contraddizioni della crisi del sindacato e in quella direzionale del movimento operaio che prende forma nell’azione reale, sia nella linea ufficiale sia in quella dell’opposizione interna. Il problema della democrazia interna è il primo fattore che viene fuori. Nel congresso sono stati presentati due documenti da far votare agli iscritti: uno di maggioranza (https://www.fisac-cgil.it/wp-content/uploads/Congresso2022_doc1.pdf) e uno di opposizione (https://www.fisac-cgil.it/wp-content/uploads/Congresso2022_doc2.pdf). I risultati delle votazioni esprimono innanzitutto una scarsa partecipazione al voto. Dai primi dati risulta che ha votato poco più di un quarto del totale degli iscritti: 1.339.590 iscritti, che sono poi poco più di un ventesimo dei salariati in Italia. Questo indica un aumento dello scollamento della direzione non solo con i lavoratori italiani ma anche con la base interna al sindacato stesso. Come era prevedibile, il documento della maggioranza ha ottenuto una vittoria schiacciante con oltre il 97% delle preferenze. Circa trentamila iscritti hanno votato per quello della minoranza. Il documento “Il lavoro crea futuro” della maggioranza nonostante riconosca i fallimenti degli ultimi anni non fa nessun passo indietro rispetto alla linea strategica riassumibile con l’avvicinamento a Uil e Cisl e nell’obiettivo di ricerca del confronto con Stato e padroni per il bene del paese e per la sua ripresa economica. Per quanto detto, questa linea è dettata più dall’autoconservazione del ruolo del sindacato e dalla sua burocrazia all’interno dello Stato che dalle esigenze reali dei lavoratori.

Sindacato partecipativo e sindacato conflittuale

La riflessione posta alla base del documento di maggioranza è che la contrapposizione tra sindacato partecipativo e sindacato conflittuale sia falsa. Questa si risolverebbe nel fatto che rappresentano momenti intrecciati in cui uno rinvia all’altro a seconda delle situazioni concrete e dei rapporti di forza del momento. Ma il modello partecipativo portato avanti in questi anni non ha favorito nessuno sviluppo di rapporti di forza, semmai lo ha ostacolato. L’obiettivo principale che viene presentato ai lavoratori e che delinea i tratti della strategia partecipativa è quello di ritagliarsi uno spazio democratico all’interno dello Stato e delle imprese per ottenere giustizia sociale, e migliorare le proprie condizioni. L’impresa viene descritta come un sistema sociale complesso nel quale convivono diversi punti di vista, diverse soggettività e dove attraverso la negoziazione si può trovare la definizione di un punto di equilibrio tra le parti. Il concetto di “luogo di convivenza di diverse soggettività” viene allargato allo Stato, per quanto riguarda il ruolo politico dei lavoratori, e anche nella visione internazionale del “multilateralismo”, un mondo ideale dove il contrasto tra gli interessi delle nazioni può essere risolto attraverso negoziati e cooperazioni. Quello però che la realtà ci restituisce è un conflitto continuo, interno alle imprese, allo Stato e anche nei rapporti tra le nazioni. In una fase di crisi acuta come quella che viviamo, il conflitto è più vivo che mai, anche quando viene combattuto soltanto da una parte. I lavoratori sono stati posti continuamente sotto attacco da qualsiasi governo e nella quasi totalità dei luoghi di lavoro. Porsi come obiettivo la pace sociale per favorire la partecipazione alla gestione della crisi a scapito del conflitto è già una sconfitta e non permette di costruire quei rapporti di forza necessari per portare avanti gli interessi dei lavoratori. Lo dimostrano i risultati ottenuti in questi anni. A partire dalle tante vertenze aziendali che sono state sempre tenute isolate l’una dalle altre per non alimentare tensioni sociali e rovinare così il progetto di sindacato partecipativo. Nel migliore dei casi, quando non ci si è trovati di fronte a dei fallimenti si è ottenuto poco in cambio di sacrifici. Il caso GKN mostra come un tavolo di crisi con alla testa una direzione conflittuale, costruita in maniera partecipativa a livello di fabbrica, sia riuscito a smuovere in solitudine masse cento volte superiori agli operai stessi della fabbrica, per ritrovarsi isolato all’interno dello stesso sindacato della sua RSU. A livello di vertenze nazionali le cose sono andate decisamente peggio, strappando qualche briciola dal punto di vista economico e nulla dal punto di vista politico. I pochi scioperi generali indetti negli ultimi dieci anni sono stati sempre stati fatti in ritardo (quello del 2014 contro il Job Act, a legge già approvata) oppure con scarso preavviso (quello del dicembre 2021 e quelli regionali dello stesso mese nel 2022), senza un percorso di costruzione necessario dato lo sfaldamento della classe e senza avere neanche il tempo di organizzare assemblee nei luoghi di lavoro per intavolare le discussioni atte a favorire la partecipazione ad essi. Il fatto che per due anni di fila ci sia stato uno sciopero contro la finanziaria è una cosa che non accadeva da tanto ed è emblematica del momento che stiamo vivendo. Ma l’attacco ricevuto dai lavoratori non ha mai avuto una risposta di uguale intensità e radicalità. Se da un lato è vero che non c’è una partecipazione spontanea ai momenti di lotta, dall’altro lato è anche vero che non si fa nulla per creare le condizioni affinché questo possa avvenire. Perché a un “sindacato partecipativo” conviene questo, in quanto in una fase simile una partecipazione di massa alla lotta mostrerebbe chiaramente quanto per i lavoratori in realtà non esista attualmente nessuno spazio democratico dove potersi inserire. Anche a livello di contrattazione collettiva ha sempre prevalso la trattativa, senza mai organizzare una lotta e una discussione all’interno dei luoghi di lavoro. Il “Patto per la fabbrica” del 2018 per esempio ha portato alla firma di CCNL che non hanno tutelato il potere d’acquisto e dove non era prevista neanche nella fase di contrattazione la diminuzione dell’orario lavorativo (fermo al 1970, dopo cinquant’anni di progresso tecnologico). Gli interessi dei lavoratori sono stati totalmente scavalcati da quelli delle imprese. Contratti che, tra l’altro, la FIOM dieci anni prima avrebbe bocciato senza indugi. Per esempio nell’ultimo CCNL dei metalmeccanici sono stati barattati aumenti salariali insufficienti già nel 2021, e assorbiti ormai totalmente dall’inflazione, o una maggiore partecipazione degli operai nella vita dell’impresa, con un nuovo inquadramento di livelli contrattuali strettamente legato alle competenze (“soft skills”) per andare incontro alle esigenze padronali (in quanto questo inquadramento sancisce un legame più diretto tra livello e quindi salario e mansione). Per rendere onore al “Patto per la Fabbrica” si è rinunciato alla lotta (4 misere ore di sciopero, per il contratto precedente ne furono 12) e a una partecipazione diretta degli operai, che sono stati chiamati in causa soltanto per mettere due crocette di approvazione. E’ stato così firmato un contratto descritto in maniera unanime dai burocrati sindacali come il migliore dei contratti possibili quando invece come risultato principale ha avuto solo quello di prolungare la pace sociale nella fase delicata della pandemia, spegnendo ogni possibile tensione che coltivata avrebbe potuto costruire dei reali rapporti di forza a favore della classe lavoratrice.

Pandemia, crisi sanitaria e sfruttamento

La pandemia di Covid non è stata una catastrofe naturale capitata casualmente, ma un fattore storico della crisi capitalista che ha colpito il mondo nell’epoca della decomposizione del regime del capitale. Questa decomposizione si manifesta in molteplici aspetti come la depredazione dell’ambiente e l’inabilità delle condizioni di vita, lavoro, abitazione e salute. Tra il 2011 e il 2018 l’OMS aveva registrato 1.483 eventi epidemici in 172 paesi e c’erano tutte le avvisaglie che potesse svilupparsi una pandemia globale (https://www.genano.com/it/infobase/aumenta-la-probabilita-di-una-pandemia-globale). Inoltre è stata studiata scientificamente la relazione tra i salti di specie che fanno i virus e i processi di deforestazione-industrializzazione-urbanizzazione, cresciuti esponenzialmente per esempio nella fase di restaurazione capitalista in Cina, epicentro iniziale della pandemia (https://ohi.sf.ucdavis.edu/what-weve-found). Sono aspetti importanti, di cui tenere conto perché la fine della pandemia di covid non significherà l’uscita dalla situazione storica sanitaria attuale, che può essere caratterizzata come epidemia di epidemie. Quindi la politica dei lavoratori e l’intervento sindacale dovranno tenere in conto anche di questo, soprattutto nella relazione tra la gestione di tali situazioni, che non possono essere considerate “eccezionali”, e l’aumento dello sfruttamento. Durante la crisi sanitaria, il conflitto capitale/lavoro si è elevato a una questione di vita o di morte e la salvaguardia del regime di sfruttamento ha portato i governi di tutto il mondo e di ogni colore a mandare al macello milioni di lavoratori. Ne è seguita una gestione fallimentare dell’emergenza, che mostra la totale inconsistenza della teoria del “multilateralismo” in un mondo diviso in classi sociali, i cui interessi non possono conciliarsi, soprattutto nel momento di massima crisi e decadenza del sistema economico e sociale che le ha prodotte. In Italia se è vero che i protocolli di sicurezza sono serviti a ridurre il numero di contagi sui luoghi di lavoro è anche vero che questi hanno fermato le lotte spontanee degli operai nel settentrione per far continuare la produzione anche quando non necessaria. Protocolli tra l’altro notoriamente non rispettati anche quando il distanziamento sociale era scientificamente l’unica difesa dell’umanità contro la pandemia. Anche in questo caso, nel dialogo con le controparti, gli interessi dei lavoratori sono stati scavalcati da quelli delle imprese, che hanno mantenuto attiva la produzione, e da quelli dello Stato, il quale, decidendo cosa fosse sacrificabile e cosa no, ha retto a un totale tracollo del PIL e della sanità. Il prezzo della pace sociale in questo caso ha dovuto mettere in conto oltre 160mila morti in Italia tra il 2020 e il 2021 (https://www.quotidianosanita.it/m/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=104522), quasi 7 milioni “ufficiali” nel mondo (l’OMS ne ha stimati almeno il doppio), accompagnati da un aumento dei morti sul lavoro nonostante per mesi tante attività fossero bloccate, due anni vissuti tra la massima alienazione e nessun passo politico e di coscienza in avanti per i lavoratori, i quali si sono successivamente trovati di fronte al livello più alto di lotta di classe mosso contro di loro: la guerra imperialista.

La guerra in Ucraina

Seppur sia limitata all’interno dei confini ucraini e veda sul campo di battaglia soltanto la partecipazione attiva di due eserciti, in questa guerra sono implicate tutte le maggiori potenze mondiali. Nel documento congressuale della maggioranza Cgil, invece, si liquida la responsabilità della guerra alla politica scellerata di Putin e alla sua ingiustificabile invasione. Da questa analisi si evince che non può essere un interesse dei lavoratori scioperare contro il proprio governo sulla guerra. Di conseguenza il loro compito si limiterebbe alla partecipazione nel movimento pacifista, rivendicando trattati di pace e la costruzione di un vero multilateralismo. Il risultato di ciò non può che consistere nell’essere spettatori passivi della storia, in attesa che l’Italia e la NATO non entrino direttamente in guerra sul campo di battaglia, frangente che significherebbe l’avvenuto scoppio di una guerra mondiale con il forte rischio di escalation nucleare. Premettiamo che la guerra della burocrazia restaurazionista russa è criminale e imperialista, portata avanti per gli interessi dell’oligarchia espropriatrice del proletariato sovietico e colpevole di condurre allo scontro quegli operai russi e ucraini che la rivoluzione aveva unito. Rappresenta in pieno l’ultimo passo della sanguinosa controrivoluzione. Pertanto va condannata e combattuta dai lavoratori russi, ucraini e di tutto il mondo. Allo stesso tempo, però, non si possono chiudere gli occhi davanti al ruolo fondamentale della NATO nella preparazione di questa guerra: l’addestramento internazionale delle forze armate ucraine e dei loro “battaglioni” filonazisti, integrati successivamente nell’apparato militare statale, è qualcosa che ha avuto inizio già nella metà dello scorso decennio. Le ragioni di tale conflitto scaturiscono innanzitutto dalla crisi dell’imperialismo mondiale, in primis quello degli USA, e dalle crisi di consenso e di potere dei suoi regimi politici. Inoltre il conflitto in Ucraina non è separabile dal contesto della guerra economica in atto da anni tra USA e Cina, destinata in futuro a spostarsi sul piano militare. Dal punto di vista geopolitico è una guerra che prende corpo nel cuore dell’Europa e che colpisce in prima battuta l’Unione Europa e la Russia, per minare una loro possibile alleanza strategica. Questa porterebbe alla nascita di un terzo blocco all’interno della guerra economica, che sarebbe uno schiaffo insostenibile per l’imperialismo yankee. Le cause scatenanti dell’invasione russa nascono, infatti, proprio dal boicottaggio portato avanti dagli Stati Uniti delle relazioni economiche tra UE (Germania in primis) e Russia, in particolare del gasdotto North Stream 2. Relazioni che andavano incontro alle esigenze delle rispettive borghesie: dal lato europeo per via della non indipendenza economica in fatto di materie prime, problema che esiste dalla fine degli imperi coloniali e che non le permette un posto di rilievo nell’imperialismo mondiale; dal lato russo per via del processo necessario di integrazione nel mercato mondiale dell’economia nazionale, come tassello fondamentale per portare a termine la restaurazione capitalista e per non andare incontro a una crisi senza precedenti. La guerra di Putin nasce come tentativo disperato del ripristino di tale processo. La caratterizzazione del conflitto come “locale”, o di “difesa nazionale”, è da inserire all’interno della propaganda di guerra occidentale (nonostante sia adoperata anche da diversi compagni). In realtà il conflitto è diventato un’arma letale per intere società perché mina direttamente la capacità politica e militare, in questo caso della Russia, della Cina e anche di potenze come India, Brasile, Germania e altri paesi UE. Non può esistere una soluzione pacifica a tale situazione. I trattati di pace rivendicati dal documento congressuale della maggioranza Cgil potrebbero al più portare a una tregua, magari ridefinendo dei confini, ma non farebbero altro che spostare la linea di faglia, nel luogo e nel tempo. A questa tregua non potrà che seguire una catastrofe ancora più grande, perché le cause della guerra continueranno a gonfiarsi con l’avanzare inesorabile della crisi. La strada per fermare la guerra può essere percorsa solo coltivando la fraternizzazione e il protagonismo politico dei lavoratori e degli sfruttati di tutto il mondo contro la guerra, ma anche su questo tema il sindacato si pone più come un freno che come un vettore. Il sindacalismo di base ha indetto uno sciopero generale contro la guerra lo scorso maggio. La CGIL ha aspettato la manovra finanziaria di dicembre per scioperare, ma nel farlo ha slegato completamente quella lotta dal contesto dell’economia di guerra in cui quella manovra è stata concepita, tenendo fuori dalle rivendicazioni lo stop all’invio di armi. Anche in questo caso, tra i problemi principali esposti ai lavoratori c’è stata la chiusura del governo alla partecipazione del sindacato nelle scelte, lo stesso governo che partecipa al prolungamento del conflitto in Ucraina. In questa fase, mostrare ambiguità sulla linea del proprio paese, senza costruire scioperi e discussioni nei luoghi di lavoro, è allo stesso tempo un freno al protagonismo dei lavoratori e una strizzata d’occhio a quelle classi sociali, per cui la guerra diventa una necessità. La guerra imperialista si presenta come punto di svolta definitivo, come il massimo livello di conflitto raggiungibile, dove l’idea di “sindacato partecipativo” porta direttamente al collaborazionismo di classe.

Opposizione CGIL e sindacalismo di base

Così come la crisi del sindacato tocca i vertici e le burocrazie dei confederali, essa si riflette anche nelle sue avanguardie. Nel congresso CGIL, il documento alternativo presentato dalle opposizioni offre alcune critiche condivisibili alla burocrazia interna e anche alcuni spunti di riflessione analitici sulla pandemia e l’aumento di sfruttamento che crediamo sia positivo portare nella classe. Allo stesso tempo però vengono fuori tutti i limiti di questa opposizione, arrivata a questa fase dopo anni di divisioni in varie micro-correnti e mini-frazioni riunitesi poi puntualmente in vista del congresso. Ci troviamo di fronte a un’opposizione puramente congressuale, sviluppata più a tavolino che nelle lotte reali, le quali saranno le uniche in grado di mettere in discussione la linea dei vertici. Infatti la sensazione che pervade la lettura del documento è che esso non nasca dalle reali esigenze dei lavoratori, ma da quelle delle micro-organizzazioni politiche di riferimento che compongono tale area sindacale e che hanno nella loro strategia il compito di marcare presenza nella Cgil. Nelle risoluzioni e nelle proposte, lo scopo attorno a cui sembra ruotare il discorso è l’intenzione di riformare il sindacato, per renderlo più radicale e vicino alla sua storia: “una CGIL che vorrei” per sviluppare più facilmente un intervento di partito e ritagliarsi uno spazio all’interno del più grande sindacato italiano. Se il documento della maggioranza ha i tratti politici di un riformismo che oggi fatica a inserirsi nei margini democratici, quello di minoranza finisce per rincorrere le politiche di vertice in un’espressione più radicale. Si rivendicano investimenti, riforme del fisco, una liberazione della sanità e dell’istruzione pubblica dagli interessi delle imprese e una svolta sindacale in grado di contrastare la crisi. Insomma si cerca di mobilitare i lavoratori con il fine di voler liberare lo Stato dalla morsa del capitale, stesso obiettivo fallimentare perseguito dai vertici, anche se condotto in maniera concertativa. Negli ultimi anni non è stata condotta nessuna lotta e propaganda unitaria contro tali vertici. Neanche nei momenti più delicati. L’ambiguità con cui ci si è mossi nel percorso che ha portato alla firma dell’ ultimo contratto dei metalmeccanici ne è un esempio. Al momento di votare la piattaforma di trattativa presentata dai vertici confederali nel 2019, non ci si è opposti alla piattaforma a causa della presenza di un aumento dell’8% in 3 anni. Alcune aree si sono astenute e altre che si sono addirittura esposte per votarne l’approvazione. È ovvio che se confrontata la piattaforma con la miseria ottenuta con il Ccnl del 2017, essa risultava accettabile agli occhi dei lavoratori, ma quell’8% spacciato come oro era poca cosa già nel momento in cui fu presentato, se messo in relazione con la trentennale perdita del potere d’acquisto e la stagnazione salariale. Oggi lo stesso aumento sarebbe stato totalmente assorbito dall’inflazione. Non opponendosi a quel pacchetto imposto dai vertici, che era ovvio sarebbe stato soggetto a un ridimensionamento delle richieste iniziali, si è legittimato tutto il resto della trattativa e anche la scarsa partecipazione dei metalmeccanici con cui è stata portata avanti fin dall’inizio. Sicuramente non è stato accompagnato nessun passo in avanti della classe operaia e si è rinunciato alla costruzione di un’opposizione non letteraria ma reale, che potesse avere riscontri più significativi e quantificabili anche nel congresso. La volontà di non appoggiare realmente (ma solo come operazioni di facciata) e propagandare tra i lavoratori gli scioperi del sindacalismo di base con piattaforme più avanzate (come quello del Maggio 2022 contro la guerra) è un’altra evidente pecca della strategia che rende questo modo di fare opposizione un’appendice dell’agire dei vertici. Che il sindacalismo di base abbia rappresentato una ventata di aria fresca nella lotta di classe in Italia degli ultimi anni è innegabile. La lotta economica del Si Cobas nella logistica ne è l’esempio più importante. Tuttavia la crisi del sindacato si fa forte anche nelle organizzazioni più conflittuali e meno legate allo Stato. Problemi di burocratizzazione non esentano il sindacalismo di base, che, sebbene negli ultimi anni abbia fatto dei passi in avanti, ad esempio proclamando scioperi unitari (almeno nelle intenzioni), resta sempre ancorato a logiche autoreferenziali, necessarie per mantenere la presa sui propri iscritti. Queste contraddizioni vengono fuori negli stessi scioperi, dove più volte sono state organizzate manifestazioni separate, divise per sindacati diversi. Il riflusso della lotta economica ha portato anche il sindacalismo di base a tentativi di salti politici, ma anche in questo caso, come per l’opposizione CGIL, le piattaforme risultano essere una versione più radicale di quelle dei confederali. L’ambiguità mostrata in alcune fasi della pandemia, aprendo alla lotta dei movimenti no green pass e no vax, per andare incontro ad alcune minoranze interne e magari conquistare qualche lavoratore deluso dalle politiche dei confederali, ha portato le sigle più importanti a non poter esprimere coerentemente solidarietà convinta alla CGIL quando in una di queste manifestazioni reazionarie c’è stato l’assalto alla sede di Via del Corso. L’odio per la CGIL (purtroppo a volte anche verso i suoi iscritti) con cui le piccole burocrazie dei sindacati di base hanno nutrito e cresciuto i propri militanti, ha portato questi a non prendere posizione (se non come atto formale) nei confronti di un atto fascista, in cui si assisteva a un tentativo seppur goffo e grottesco di mobilitazione della piccola borghesia contro i lavoratori. Il che ha rappresentato un freno alle coscienze degli iscritti in una fase delicata come quella della pandemia, dove il conflitto capitale/lavoro si era inasprito e ha mostrato in maniera più nitida del solito come la classe operaia ricevesse attacchi da più di fronti. Tali logiche prevalgono anche quando si evita di partecipare con una piattaforma propria agli scioperi dei confederali. In alcuni casi abbiamo assistito a dei veri boicottaggi, come quello di USB per lo sciopero generale di dicembre 2021. Una strategia infantile che più che boicottare i briganteschi vertici dei confederali, boicotta qualsiasi avanzamento della classe. Inoltre, non si tiene conto che, nonostante l’arretratezza delle piattaforme, gli scioperi generali dei confederali sono attualmente gli unici in grado di mobilitare una quantità significativa di lavoratori e in particolare di proletariato di fabbrica.

Combattere le burocrazie, unire i lavoratori

Se è vero che in Italia non abbiamo assistito a un risveglio spontaneo del movimento operaio, è anche vero che la maggior parte dei fuochi viene spento sul nascere dalle burocrazie, attraverso l’isolamento forzato e il controllo sulla gestione delle vertenze. Pertanto tali burocrazie, soprattutto quelle dei confederali e della CGIL, rappresentano attualmente il freno principale ad una ascesa della lotta di classe. L’avanzare della crisi e della guerra aumenta la gravità del loro operato e mostra la necessità di un drastico cambio di passo. Come comunisti rivoluzionari ci sentiamo pienamente coinvolti in tale processo. La sinistra di classe che è stata in maggior o minor misura responsabile di questo reflusso, lo enfatizza dichiarando l’inesistenza di movimenti di lotta, e così facendo ne rimane completamente ai margini; in alternativa si limita ad una critica di bandiera alla burocrazia duranti i congressi della Cgil. La classe, morsa dalla crisi, sarà costretta sempre più a lottare. L’arretramento della coscienza rischia di investire le direzioni, anche quelle “anticapitaliste”, più di quanto non investirà realmente la stessa classe. Per dei seri militanti comunisti l’alternativa tra l’intervento in CGIL e quello nei sindacati di base è sterile e perdente. Per questo crediamo che l’unica soluzione sia costituita dalla costruzione di una tendenza intersindacale che promuova l’unità di lavoratori combattivi e antiburocratici della CGIL, dei sindacati di base o anche orfani di rappresentanza sindacale. Una tendenza che promuova una battaglia unitaria contro la burocrazia, e allo stesso tempo, un fronte unico di lotta, partecipando ad ogni mobilitazione o sciopero promosso dai sindacati, pure burocratici (caratteristica comune come detto). Rivendicando una piattaforma autonoma del movimento operaio (riduzione dell’orario di lavoro e scala mobile delle ore di lavoro, salario minimo e scala mobile dei salari, eliminazione di tutte le forme di contratto precario, etc.). Una tendenza intersindacale che si faccia direttamente vettore degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, per l’indipendenza politica di classe. Una tendenza intersindacale che attraverso la sua azione mostri chiaramente l’incompatibilità della classe lavoratrice con gli interessi dei padroni, dello Stato e delle stesse burocrazie sindacali.

La Redazione

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