1923-2023 ITALO CALVINO POLITICO, DA ANARCHICO A COMUNISTA ERETICO

Pubblichiamo di seguito, ringraziando la disponibilità del suo autore, un’importante articolo relativo agli aspetti più prettamente politici (sebbene, trattandosi di un grande intellettuale, è sempre difficile demarcare nettamente questi ultimi da quelli relativi alla produzione letteraria) che hanno caratterizzato la figura dello scrittore Italo Calvino, di cui ricorre il centenario della nascita.

Antifascista e partigiano, ostile a Togliatti e al suo padrone politico Stalin, non esitò a lasciare il PCI, che per la sua sudditanza a Mosca oscillava tra il plauso ai carri armati in Ungheria e gli accordi con la peggiore borghesia capitalista in Italia, senza mai abbandonare la propria fede nel socialismo.

Forse è proprio un atteggiamento un po’ fideistico, o meglio l’aver abbracciato le idee comuniste, successivamente a quelle anarchiche, più con un approccio etico che politico e di tipo storico-materialistico, che ha portato Calvino ad esser sempre cauto nell’avvicinamento al trotskismo, cioè all’opposizione internazionale allo stalinismo imperante nell’area comunista. Fino ad assecondare giudizi di tipo “morale”, politicamente errati per un marxista, nei suoi scritti su Trotsky. Resta però chiara e netta la volontà di “dialogo teorico”, unica rispetto agli altri dirigenti politici post-Lenin forgiati dal bolscevismo, e di confronto con le idee del grande rivoluzionario russo. Un implicito riconoscimento alla sua altezza intellettuale, la stessa che noi riconosciamo a Italo Calvino, quale una delle maggiori figure del novecento, al servizio della letteratura con la sua opera e della politica con la sua vita.

L’articolo originale è stato pubblicato sul sito del progetto Gli Stati Generali, raggiungibile seguendo questo link: https://www.glistatigenerali.com/letteratura/1923-2023-italo-calvino-politico-da-anarchico-a-comunista-eretico/

di Marco Veruggio

La parabola politica e umana di un giovane che si sente anarchico, diventa partigiano e comunista eretico, entra nel PCI e col PCI rompe 14 anni dopo, sempre più per ragioni etiche che per compiuta scelta ideologica, un tormentato cammino che si riverbera sulla produzione letteraria di un intellettuale colto ma mai elitario.

 

Il “caso Calvino”

Il Regio Ambasciatore a Pietroburgo telegrafa che il nostro suddito Mario Calvino, corrispondente della “Vita” di Roma e del “Tempo” di Milano, è stato colà arrestato sotto l’imputazione di complicità nel preparato attentato contro il Granduca Nicola ed il Ministro della Giustizia. Prego Vostra Eccellenza comunicarmi colla maggiore possibile sollecitudine ragguagli anni precedenti del Calvino nel Regno.

 

Così recita il telegramma inviato dal ministero degli Esteri alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni il 22 febbraio 1908. La notizia dell’arresto di un giornalista italiano coinvolto in un attentato di matrice anarchica arriva in un momento delicato nei rapporti tra Italia e Russia. L’anno dopo lo zar arriverà a Racconigi e non a Roma, proprio per ragioni di sicurezza, per firmare il Trattato segreto con cui i due paesi si impegnano al mantenimento dello status quo nei Balcani in funzione antiasburgica e al mutuo appoggio, l’Italia sulla questione degli stretti cara alla Russia, quest’ultima a sostegno degli interessi italiani in Tripolitania e in Cirenaica. Il “caso Calvino” è oggetto delle infuocate accuse di “servile devozione alla Russia autocratica” e delle interrogazioni parlamentari dei socialisti.

L’agronomo e giornalista Mario Calvino in realtà se ne sta nella sua Sanremo, mentre a languire nelle carceri dello zar è Vsevolod Vladimirovič Lebedintzev, astronomo, anarchico, a cui però la polizia russa trova addosso il passaporto di Calvino. Questi, interrogato dalla questura di Imperia, racconta una storia inverosimile: il documento gli è stato rubato da un russo conosciuto in treno, che gli aveva proposto di andare a lavorare nei suoi vigneti. La polizia non crede all’agronomo, “massone, socialista, di simpatie anarchiche”, e l’anno dopo Calvino decide che è meglio cambiare aria e si trasferisce in Messico, non senza suscitare i sospetti del Prefetto di Imperia, che, “trattandosi individuo che, com’è noto, ha già abusato altra volta del passaporto per la Russia rilasciatogli in passato da questa Prefettura e ritenendolo per conto mio capacissimo per i suoi principi, che ritengo più anarchici che socialisti, di favorire se non commettere, reati politici”, informa il Ministero degli interni. [1]

In Messico Calvino è a capo della Direzione Agricoltura del paese in cui nel 2010 scoppia la rivoluzione di Pancho Villa. Lui aderisce, collaborando alla riforma agraria, che espropria i latifondisti e redistribuisce le terre tra i contadini poveri, e nel 1916, quando gli USA inviano contro Villa le truppe del generale Pershing, si arruola come soldato semplice. L’anno dopo si trasferisce a Cuba, dove nel 1920 lo raggiunge la moglie Eva Mameli, socialista, cinque anni prima divenuta la prima donna titolare di una cattedra di botanica in un’università italiana. Tre anni dopo nasce Italo e nel 1925 si trasferiscono a Sanremo, dove l’agronomo mette a frutto la sua esperienza all’estero dirigendo una stazione di acclimatamento di piante subtropicali intitolata a Orazio Orlando, il politico socialista di cui in gioventù era stato sostenitore.

 

 

Nel 1940 a Villa Meridiana, dove la famiglia Calvino ha “casa e bottega”, arriva, apprendista quattordicenne, Libereso Guglielmi, selvatico protagonista del racconto “Un pomeriggio, Adamo” in Ultimo viene il corvo e ispiratore della figura di Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante. “Alla domenica […] vado al bosco con mio fratello e riempiamo due sacchi di pigne. Poi, alla sera, mio padre legge forte dei libri di Eliseo Reclus. Mio padre ha i capelli lunghi fin sulle spalle e la barba fino al petto. E porta i calzoni corti, estate ed inverno. E io faccio dei disegni per la vetrinetta della FAI. E quelli col cilindro sono i finanzieri, quelli col cheppì i generali, e quelli col cappello tondo i preti. Poi ci do i colori all’acquarello” racconta Libereso a Marianunziata, la giovanissima domestica calabrese di casa Calvino, che invece la domenica va a messa.

Il padre che legge ai figli i libri del geografo anarchico e commissiona a Libereso i disegni per la bacheca della Federazione Anarchica Italiana è

 

un anarchico tolstoiano, assolutamente non violento, che aveva conosciuto Errico Malatesta ed era diventato amico di Petr Kropotkin. I figli li chiama Germinal, Libereso, Omnia e Fulcro, tutti non battezzati e nati da libera unione con la donna che condividerà la sua vita per cinquant’anni. Si trattava di gente semplice ma con una grande cultura, parlavano inglese e francese, leggevano ed erano in contatto con la comunità sanremese degli esuli socialisti e anarchici, con i viaggiatori inglesi, con gli artisti. In quella comunità intellettuale e cosmopolita nascono esperienze vegetariane naturiste che tentano di sviluppare un modo di vivere razionale e armonico. [2]

Nel 1948 il ragazzo che disegna i generali col cheppì rifiuta di arruolarsi nell’esercito dello Stato repubblicano, [3] così come suo padre, vent’anni prima, aveva inviato un esposto al Ministero degli Interni rifiutandosi di aderire ai sindacati di Stato fascisti. [4]

L’incontro e la rottura col PCI

È in questo ambiente, ricco anche di suggestioni politiche, che si sviluppano la personalità di Italo e le sue simpatie anarchiche, dentro il rapporto conflittuale col padre, che vuole farne un botanico mentre lui vuole fare il giornalista, ma che al contempo incarna un modello fervido di insegnamenti per il figlio, quello dell’intellettuale che non si chiude nella torre eburnea della propria scienza, ma la mette al servizio della società e, in particolare, di quelle classi sociali per cui essa può essere strumento di riscatto:

Ma bastava che dall’alto di una fascia qualcuno che potava o che dava il solfato alle viti lo interpellasse: “Prufessù, pe’ piaixè, a vureiva faghe ina dumanda”, e gli chiedesse un consiglio sulle miscele dei concimi, sull’epoca migliore per gli innesti, sugli insetticidi o le sementi nuove del consorzio agrario, e mio padre, rasserenato, calmo, esclamativo, un po’ verboso, si fermava a spiegargli il perché e il percome. (“La strada di San Giovanni”)

“Il primo ricordo della mia vita è un socialista bastonato dagli squadristi” racconta Calvino, che attenua subito: “Ma far discendere dalla prima immagine infantile tutto quel che si vedrà e si sentirà nella vita, è una tentazione letteraria”. Nonostante il fascismo, che i genitori criticano pur senza opporvisi attivamente, Italo vive una fanciullezza serena. La sua famiglia mantiene uno stile di vita anticonformista e chiede al liceo classico G.D. Cassini di Sanremo di esonerare il figlio dalle ore di religione. A 19 anni adempie ai desiderata paterni, iscrivendosi alla facoltà di Agraria della regia Università di Firenze, dove il 25 luglio del ‘43 è raggiunto dalla notizia della deposizione di Mussolini e dell’ascesa di Badoglio al governo. Torna a Sanremo ad agosto e dopo l’8 settembre si sottrae all’arruolamento da parte della Repubblica di Salò. Quando Felice Cascione, il partigiano imperiese autore di “Fischia il vento”, viene ucciso, Calvino aderisce al PCI: “La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche”, spiegherà, “Sentivo la necessità di partire da una ‘tabula rasa’ e perciò mi ero definito anarchico. […] Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l’azione; e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata”. Da lì a diventare partigiano il passo è breve. Entra nel CLN di Sanremo. Durante la clandestinità i genitori vengono sottoposti più volte a finte fucilazioni per “sapere dov’è Italo”, che dalla montagna scrive per la stampa clandestina e, dopo il 25 aprile, sulle numerose testate legate al CLN e alle Brigate Garibaldi. [5]

Finita la guerra Italo si trasferisce a Torino, la città “dove movimento operaio e movimento di idee contribuivano a formare un clima che pareva racchiudere il meglio di una tradizione e d’una prospettiva d’avvenire”, si iscrive finalmente alla facoltà di Lettere, incontra e si lega a Cesare Pavese, comincia a collaborare con la Einaudi, il Politecnico di Elio Vittorini, L’Unità e nel 1946 comincia a scrivere il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno.

Sono gli anni in cui Togliatti assegna agli intellettuali comunisti il compito “di garantire sul piano ideologico la mediazione politica, mediazione che va attuata in primo luogo all’interno del partito stesso” e “funzionale alla nuova linea strategica” stabilita dal VII congresso del Comintern nel 1935, cioè alla “costruzione di un campo socialista alternativo , di una società alternativa con tutte le sue articolazioni istituzionali all’interno dello sviluppo capitalistico, e quindi sostanzialmente subalterna a esso, nei singoli paesi come sul piano internazionale”, indicazione che prima della guerra dà luogo alla politica dei fronti popolari, poi del blocco antifascista con le classi dominanti, in Italia suggellato nel 1944 dalla “svolta di Salerno”. [6]

Nel 1957, dopo l’uscita dal PCI, Calvino pubblicherà una dissacrante descrizione di quella politica di compromesso con la borghesia liberale sulla rivista “Città Aperta” nel racconto “La gran bonaccia delle Antille”, irridente allegoria in cui lo zio Donald racconta ai nipotini di quando si trovò, imbarcato sulla flotta inglese di Drake, di fronte ai galeoni dei papisti spagnoli, senza un alito di vento, “e il capitano aveva spiegato che la vera battaglia navale era quello star lì fermi guardandoci, tenendoci pronti, ristudiando i piani delle grandi battaglie navali di Sua Maestà Britannica, e il regolamento del maneggio delle vele e del perfetto timoniere”, un attendismo, del resto, condiviso dal nemico: “Ma anche lì, gli ufficiali dell’ammiragliato spagnolo non volevano che si muovesse nulla, per carità! Su quel punto, i capi della nostra nave e di quella nemica, pur odiandosi a morte, andavano proprio d’accordo”.

Nel racconto si affacciano anche i sommovimenti in atto nel movimento comunista internazionale: “Su altre navi della flotta di Drake c’erano stati cambiamenti d’ufficiali e anche ammutinamenti, sommosse: si voleva ormai un altro modo di andar per mari, c’erano semplici uomini della ciurma, marinai di quarto e pure mozzi che ormai s’erano fatti esperti e avevano da dire la loro sulla navigazione… Questo i più degli ufficiali e quartiermastri ritenevano il pericolo più grave […]”.

I primi ammutinamenti arrivano nel giugno del 1953, poco dopo la morte di Drake/Stalin, quando gli operai della DDR si ribellano all’aumento delle quote di produzione derivanti dalla politica di “costruzione del socialismo” voluta dalla SED e una protesta economica circoscritta si trasforma, rapida quanto inattesa, nella rivendicazione dello sciopero generale contro il governo di Walter Ulbricht. Il conseguente intervento russo provoca decine di morti e 1.800 arresti, ma riscuote il plauso di Churchill, che commenta: “Ho avuto l’impressione che i russi siano intervenuti, in ragione dei crescenti disordini, con apprezzabile discrezione”. Tre anni dopo sono gli operai polacchi a scioperare contro gli aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità al grido di “pane e libertà” – 38 morti e 270 feriti – e da lì la ribellione investe l’Ungheria, dove governo e partito passano rispettivamente nelle mani di Imre Nagy e di János Kádár. Quando il primo annuncia l’intenzione di bandire il monopartitismo e uscire dal Patto di Varsavia, i carri armati sovietici, su richiesta del secondo, intervengono per sedare le proteste, provocando migliaia di morti e feriti e 200.000 profughi.

Pochi mesi prima si era chiuso il XX Congresso del PCUS, segnato dalla lettura a porte chiuse del “rapporto segreto” in cui Chruščëv aveva denunciato i crimini di Stalin, ma anche, aspetto su cui la storiografia politica tende a sorvolare, dallo sdoganamento ufficiale del compromesso con le classi dominanti. Scrive Sergio Dalmasso [7]:

La relazione di Nikita Krusciov al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica segna una svolta nel movimento operaio internazionale. Per Krusciov è superata la teoria che sostiene l’inevitabilità della guerra, teoria elaborata in anni in cui l’imperialismo abbracciava il mondo intero e le forze contrarie alla guerra erano deboli. A questo punto, al contrario, le forze della pace (paesi socialisti, movimenti operaio all’interno di quelli capitalisti e di liberazione nazionale) sono più forti e possono spostare il conflitto in altri campi, primo fra tutti la competizione economica e scientifica. È messo, quindi, oggettivamente in discussione il mito del modello sovietico come unica strada per costruire il socialismo. Il ricorso o meno alla violenza non dipende dal proletariato, ma dalle scelte della “classe degli sfruttatori”. Se la via parlamentare era impossibile per i bolscevichi russi, oggi la classe operaia, unendo attorno a sé altri strati popolari, può conquistare il parlamento e trasformarlo da organo della democrazia borghese a strumento della volontà popolare.

Insomma dal “socialismo in un solo paese”, l’URSS, si passa al socialismo ovunque, anche per via parlamentare. Nel PCI italiano la reazione di ampi settori di intellettuali ai fatti dell’Ungheria si consuma con tratti paradossali: Togliatti, che pure è un sostenitore della prima ora del compromesso con la borghesia liberale e della “via italiana” al socialismo, nel ’56 si trova a indossare suo malgrado i panni di chi difende lo status quo, contestato dai “dogmatisti” del PCI nostalgici di Stalin e più ancora dai “revisionisti”, che reclamano la piena e definitiva integrazione del partito nella democrazia borghese. Tra questi ultimi Antonio Giolitti, partigiano e costituente, a dicembre, all’VIII Congresso del PCI, contestato dai togliattiani, invita a procedere in quella direzione anche mettendo in soffitta parte del pantheon comunista:

Perciò noi oggi possiamo e dobbiamo proclamare, senza riserve e senza doppiezze, che le libertà democratiche, anche nelle loro forme istituzionali di divisione dei poteri, di garanzie formali, di rappresentanza parlamentare, non sono “borghesi”, ma sono elemento indispensabile per costruire la società socialista nel nostro paese. Questo, a mio avviso, bisogna dire, e non soltanto che noi oggi vediamo la possibilità di arrivare al socialismo attraverso la democrazia e la Costituzione. È vero, come ha detto il compagno Togliatti, che ciò non comporta affatto una revisione dei nostri principî; credo tuttavia che ciò imponga un riesame, alla luce dei principî marxisti e dell’esperienza storica, della teoria leninista della conquista del potere.

La brutale aggressione dei carri armati russi a quelli che L’Unità diretta da Ingrao chiama “teppisti” e che, come rivendicherà Napolitano nel congresso, è servita “non solo a difendere gli interessi militari e strategici dell’URSS, ma a salvare la pace nel mondo”, suscita reazioni accorate, in particolare tra quegli intellettuali a cui Togliatti aveva affidato il compito di tranquillizzare la borghesia italiana (e ciò forse non è casuale). Ma nel biennio 1956-1957 il PCI perde 90.000 iscritti tra gli operai e, tra i membri della Direzione, l’unico critico è il segretario generale della CGIL, Di Vittorio, attaccato da tutti, che la sera del 28 ottobre riceve un telegramma di sole 14 parole, ancora conservato nell’archivio storico della CGIL: “Commosso condivido tua posizione necessaria per salvare nostro partito et causa socialismo Italo Calvino”.

Alla Einaudi la cellula del PCI “Giaime Pintor”, di cui Calvino fa parte, lancia un “appello ai comunisti” parlando di “gravi errori” della direzione del partito, chiedendo che ne “sia sconfessato l’operato” per evitare che il PCI perda il suo “prestigio morale e politico”. A quelle prime prese di posizione segue il “Manifesto dei 101”, ispirato, si dice, proprio da Giolitti, in cui alcuni tra i maggiori intellettuali comunisti, tra cui Carlo Muscetta, Natalino Sapegno, Lucio Colletti, Elio Petri, Enzo Siciliano, Mario Tronti, Renzo De Felice, Alberto Caracciolo, Alberto Asor Rosa, Corrado Maltese, Giorgio Candeloro e Paolo Spriano, [8] scrivono:

1) I fatti d’Ungheria dimostrano che quando prevalgono resistenze, ritardi, o addirittura il proposito di contenere il processo di democratizzazione dei partiti comunisti e dei regimi sociali iniziato dal XX Congresso del Pcus, inevitabilmente si verificano profonde fratture nel popolo e nella stessa classe operaia, che il partito è impotente a superare […]. La condanna dello stalinismo è irrevocabile.

2) Dagli avvenimenti di Polonia, e soprattutto d’Ungheria scaturisce una critica a fondo, senza equivoci, dello stalinismo […] Da mesi si tenta di minimizzare il significato del crollo del culto e del mito di Stalin, si cerca di nascondere al partito i crimini da e sotto questo dirigente, definendoli “errori” o addirittura “esagerazioni” […].

3) […] se non si vuole distorcere la realtà occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento organizzato della reazione […] ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una propria via nazionale, nonostante la presenza di elementi reazionari.

Il documento, rifiutato da L’Unità, finisce sulla stampa liberale, suscitando scandalo tra i fedeli a Togliatti. Calvino, che nel ’56 è diventato membro della Commissione Cultura del PCI, non è tra i firmatari. Forse attende gli esiti dell’VIII Congresso, che si terrà a fine anno, ma deluderà qualunque aspettativa di cambiamento. Perciò l’anno successivo rinnova la tessera, ma decide di astenersi, come scriverà ad agosto, “da ogni attività di Partito e dalla collaborazione alla sua stampa, perché ogni mio atto politico non avrebbe potuto non portare traccia del mio dissenso”.

“Scrittore indipendente” (e curioso)

La rottura definitiva avviene dopo che Giolitti esce dal PCI per aderire al PSI. Il 7 agosto L’Unità pubblica la lettera di dimissioni in cui Calvino traccia un bilancio negativo dell’VIII congresso, che ha espresso un “sostanziale conservatorismo, ponendo l’accento sulla lotta contro i cosiddetti ‘revisionisti’ anziché su quella contro i dogmatici” e stigmatizza la “drastica e sprezzante stroncatura del lavoro di ricerca di Antonio Giolitti (cui mi lega una profonda stima e una fraterna solidarietà)” e che “mi ha tolto ogni residua speranza di poter svolgere una funzione utile pur ai margini del Partito”. A queste osservazioni, tuttavia, si somma anche una polemica di natura prettamente culturale: “non ho mai creduto (neanche nel primo zelo del neofita) che la letteratura fosse quella triste cosa che molti nel Partito predicavano, e proprio la povertà della letteratura ufficiale del comunismo mi è stata di sprone a cercare di dare al mio lavoro di scrittore il segno della felicità creativa”.

Eppure Calvino la definisce una “lettera d’amore” e vi ribadisce l’adesione alle ragioni che lo avevano spinto ad aderire al PCI, si dice pronto “in determinate circostanze” a “prendere posizione al vostro fianco senza riserve interiori” e si congeda rivolgendo “un saluto ai compagni che nei loro settori di lavoro lottano per affermare giusti principi, e anche a quelli più lontani dalle mie posizioni che rispetto come combattenti anziani e valorosi e al cui rispetto, nonostante le opinioni diverse, tengo immensamente; e a tutti i compagni lavoratori, alla parte migliore del popolo italiano, dei quali continuerò a considerarmi il compagno”.

Col ’56, scrive ancora Sergio Dalmasso, nell’articolo già citato:

Si apre un ciclo di riflessioni e di esperienze che caratterizzerà poi tutti gli anni Sessanta, con anticipazioni significative e l’emergere dì nodi che attraverseranno il movimento operaio per una stagione intera. Lo scioglimento della doppiezza in senso riformistico va di pari passo con proposte di rilettura, di discussione, di rinnovamento. Una doverosa ricostruzione a posteriori degli anni Cinquanta vede in questi la definitiva sconfitta operaia, ma anche fermenti di autocritica nell’organizzazione sindacale, il massimo affermarsi del “togliattismo”, ma anche l’emergere del pensiero di Panzieri, la messa in discussione di vecchi schemi incapaci di interpretare la nuova realtà di classe a livello nazionale e internazionale, una nuova riflessione sul ruolo degli intellettuali, sul rapporto partito/classe, organizzazione/autonomia, della democrazia nel partito e nella società. La crisi dello stalinismo accentua fortemente il senso di svolta rispetto alla realtà precedente, il carattere di scelta traumatica continuità/rottura, pur nella ambivalenza (riformismo, nuova strategia rivoluzionaria) insita in una denuncia che apre appunto sbocchi anche opposti.

In questa temperie politico-culturale fioriscono le riviste che si propongono di ospitare le istanze di rinnovamento. Calvino collabora con alcune, come Città Aperta, che gli pubblica “La gran bonaccia delle Antille” e si ritaglierà, di qui in poi, il ruolo di “scrittore indipendente” annunciato nella lettera di dimissioni. Non segue Giolitti nel PSI e non disdegna di guardare alle correnti marxiste dissidenti e antistaliniste a sinistra del PCI. Tra il ’58 e il ’59 pubblica “La morale di Trotsky” ed “Etica ed estetica di Trotsky”, dedicati a Letteratura, arte e libertà, una raccolta di scritti del rivoluzionario russo assassinato nel 1940 da un sicario di Stalin, tra cui “Per un’arte rivoluzionaria indipendente”, il manifesto della Federazione Internazionale degli Artisti Rivoluzionari, scritto a quattro mani con André Breton. Il volume, pubblicato dalle edizioni di Arturo Schwarz, è curato da Livio Maitan, dirigente della Quarta Internazionale, fondata da Trotsky come alternativa al Comintern stalinizzato, e Tristan Sauvage, nom de plume utilizzato da Schwarz per firmare  le proprie opere di unico esponente italiano del surrealismo.

Confermando la sua adesione morale più che ideologica al comunismo, Calvino, è interessato all’etica di Trotsky, perché “l’etica dovrebbe venire prima e l’estetica buon’ultima”. E analizzando un suo celebre saggio, La loro morale e la nostra (1938), incluso nel volume, vi trova, pur in un quadro che gli appare contraddittorio, una conferma delle ragioni che lo hanno spinto a rompere col PCI:

[…] la morale socialista non può aver nulla a che fare con quella machiavellica. Tra fine e mezzi c’è un’interdipendenza dialettica, non possono essere mezzi buoni (cioè mezzi rivoluzionari) se non quelli che si accompagnano a un processo d’emancipazione delle masse, a una liberazione e a un arricchimento morale degli uomini. “Quando diciamo che il fine giustifica i mezzi, ne consegue per noi che il grande fine rivoluzionario respinge, tra questi mezzi, i procedimenti e i metodi indegni che sospingono una parte della classe operaia contro un’altra; o che tentano di fare la felicità delle masse senza la loro partecipazione; o che minano la fiducia delle masse in se stesse e nella loro organizzazione sostituendovi l’adorazione dei ‘capi’. Al di sopra di ogni altra cosa, la morale rivoluzionaria condanna irriducibilmente il servilismo nei confronti della borghesia e l’altezzosità nei confronti dei lavoratori, cioè una delle caratteristiche più radicate nella mentalità dei pedanti e dei moralisti piccolo-borghesi”.

Calvino ne deduce che

[…] nella morale rivoluzionaria rientra la violenza popolare, dal basso, non quella poliziesca, dall’alto, se non emani da un’autorità ancora investita da una spinta popolare diretta; che alla morale rivoluzionaria contribuiscono le lotte tra tendenze che coinvolgono ed educano l’opinione della base, non quelle le cui ragioni sono note solo al livello dei capi; che i mezzi ‒ insomma ‒ giustificano il fine più di quanto il fine non giustifichi i mezzi, cioè in ogni situazione storica la superiorità morale del socialismo si vive e si giustifica ‘qui ed ora’, non in un ipotetico domani di rosea perfezione.

Annunciando a Livio Maitan l’uscita del secondo scritto su Trotsky, Calvino aggiunge di aver letto in treno il saggio dello stesso Maitan Trotsky oggi e annota: “Nella mia scontentezza per le varie posizioni della sinistra italiana la lettura del tuo libro mi conferma nella necessità di una politica rivoluzionaria alla precisazione della quale vedo che il pensiero trotskista non può non esser tenuto presente” (lettera conservata nella Biblioteca Livio Maitan, Roma).

Anche qui si tratta di un giudizio fondato, più che su una condivisione strategica delle istanze del movimento trotskista, su una vicinanza morale che si mescola anche alle istanze profonde di un’etica letteraria e intellettuale. Quelle masse di cui non si può fare la felicità senza la loro partecipazione sono il pubblico a cui Calvino, senza mai rinunciare alla prerogativa di autore colto, nel corso della sua intera parabola di artista e di intellettuale, parlerà attingendo a un repertorio letterario raffinato e multiforme – dal racconto neorealista alla canzone di ispirazione brechtiana, dalla fiaba  al romanzo destrutturato di Queneau e all’école du regard – ma mantenendo sempre l’attenzione a restare comprensibile ai lettori di ogni classe sociale. Uno sforzo che costituisce forse il suo miglior lascito alla letteratura del Novecento; che ricorda molto l’attitudine di chi al contadino che “u ghe vureiva fa ina dumanda” spiegava il perché e il percome e, perciò stesso, rappresenta la chiusura di un cerchio che è, allo stesso tempo, personale, politico e letterario.

NOTE

[1] Stefano AdamiL’ombra del padre. Il Caso Calvino, 2010: https://escholarship.org/content/qt8qm3b0q3/qt8qm3b0q3_noSplash_ee5a97fe8a770e7c5dad8b18f11fd229.pdf?t=n1lhxy

[2] Nico Gallo, “Libereso Guglielmi, giardiniere e pianta”, 2016: https://www.academia.edu/32102631/Libereso_Guglielmi_giardiniere_e_pianta.pdf

[3] Pasquale Iuso, “Gli anarchici e la trasformazione dell’Italia repubblicana. Spunti di ricerca e riflessioni per la storia di un movimento”, Officina della Storia, 2016: https://www.officinadellastoria.eu/it/2016/07/06/gli-anarchici-e-la-trasformazione-dellitalia-repubblicana-spunti-di-ricerca-e-riflessioni-per-la-storia-di-un-movimento/

[4] Guido Barroero, “Guglielmi, Renato Lorenzo” (scheda), Archivio digitale Biblioteca Franco Serantini: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13676-guglielmi-renato-lorenzo

[5] Daniela CassiniSarah Clarke LoiaconoItalo Calvino. Il partigiano Santiago, 2023, contiene una meticolosa ricostruzione dell’attività di Calvino in questo periodo, attingendo ai suoi scritti, ad altri testimoni e, oltre al materiale fornito dall’Archivio Storico della Resistenza di Imperia, ad alcuni documenti unici e inediti dell’archivio privato Giacometti-Loiacono.

[6] Nicoletta MislerLa via italiana al realismo. La politica culturale del P.C.I. dal 1944 al 1956, 1973.

[7] Sergio Dalmasso, “Il nodo del ’56 e la sinistra italiana”, in Per il ‘68, n. 10, 1996

[8] Francesca Chiarotto, “Il manifesto dei 101. Abbozzo prosopografico”, in Francesca ChiarottoAlexander Höbel (a cura di), Il 1956. Un bilancio storico e storiografico, 2022: https://books.openedition.org/aaccademia/11523

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1923-2023 ITALO CALVINO POLITICO, DA ANARCHICO A COMUNISTA ERETICO

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Pubblichiamo di seguito, ringraziando la disponibilità del suo autore, un’importante articolo relativo agli aspetti più prettamente politici (sebbene, trattandosi di un grande intellettuale, è sempre difficile demarcare nettamente questi ultimi da quelli relativi alla produzione letteraria) che hanno caratterizzato la figura dello scrittore Italo Calvino, di cui ricorre il centenario della nascita.

Antifascista e partigiano, ostile a Togliatti e al suo padrone politico Stalin, non esitò a lasciare il PCI, che per la sua sudditanza a Mosca oscillava tra il plauso ai carri armati in Ungheria e gli accordi con la peggiore borghesia capitalista in Italia, senza mai abbandonare la propria fede nel socialismo.

Forse è proprio un atteggiamento un po’ fideistico, o meglio l’aver abbracciato le idee comuniste, successivamente a quelle anarchiche, più con un approccio etico che politico e di tipo storico-materialistico, che ha portato Calvino ad esser sempre cauto nell’avvicinamento al trotskismo, cioè all’opposizione internazionale allo stalinismo imperante nell’area comunista. Fino ad assecondare giudizi di tipo “morale”, politicamente errati per un marxista, nei suoi scritti su Trotsky. Resta però chiara e netta la volontà di “dialogo teorico”, unica rispetto agli altri dirigenti politici post-Lenin forgiati dal bolscevismo, e di confronto con le idee del grande rivoluzionario russo. Un implicito riconoscimento alla sua altezza intellettuale, la stessa che noi riconosciamo a Italo Calvino, quale una delle maggiori figure del novecento, al servizio della letteratura con la sua opera e della politica con la sua vita.

L’articolo originale è stato pubblicato sul sito del progetto Gli Stati Generali, raggiungibile seguendo questo link: https://www.glistatigenerali.com/letteratura/1923-2023-italo-calvino-politico-da-anarchico-a-comunista-eretico/

di Marco Veruggio

La parabola politica e umana di un giovane che si sente anarchico, diventa partigiano e comunista eretico, entra nel PCI e col PCI rompe 14 anni dopo, sempre più per ragioni etiche che per compiuta scelta ideologica, un tormentato cammino che si riverbera sulla produzione letteraria di un intellettuale colto ma mai elitario.

 

Il “caso Calvino”

Il Regio Ambasciatore a Pietroburgo telegrafa che il nostro suddito Mario Calvino, corrispondente della “Vita” di Roma e del “Tempo” di Milano, è stato colà arrestato sotto l’imputazione di complicità nel preparato attentato contro il Granduca Nicola ed il Ministro della Giustizia. Prego Vostra Eccellenza comunicarmi colla maggiore possibile sollecitudine ragguagli anni precedenti del Calvino nel Regno.

 

Così recita il telegramma inviato dal ministero degli Esteri alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni il 22 febbraio 1908. La notizia dell’arresto di un giornalista italiano coinvolto in un attentato di matrice anarchica arriva in un momento delicato nei rapporti tra Italia e Russia. L’anno dopo lo zar arriverà a Racconigi e non a Roma, proprio per ragioni di sicurezza, per firmare il Trattato segreto con cui i due paesi si impegnano al mantenimento dello status quo nei Balcani in funzione antiasburgica e al mutuo appoggio, l’Italia sulla questione degli stretti cara alla Russia, quest’ultima a sostegno degli interessi italiani in Tripolitania e in Cirenaica. Il “caso Calvino” è oggetto delle infuocate accuse di “servile devozione alla Russia autocratica” e delle interrogazioni parlamentari dei socialisti.

L’agronomo e giornalista Mario Calvino in realtà se ne sta nella sua Sanremo, mentre a languire nelle carceri dello zar è Vsevolod Vladimirovič Lebedintzev, astronomo, anarchico, a cui però la polizia russa trova addosso il passaporto di Calvino. Questi, interrogato dalla questura di Imperia, racconta una storia inverosimile: il documento gli è stato rubato da un russo conosciuto in treno, che gli aveva proposto di andare a lavorare nei suoi vigneti. La polizia non crede all’agronomo, “massone, socialista, di simpatie anarchiche”, e l’anno dopo Calvino decide che è meglio cambiare aria e si trasferisce in Messico, non senza suscitare i sospetti del Prefetto di Imperia, che, “trattandosi individuo che, com’è noto, ha già abusato altra volta del passaporto per la Russia rilasciatogli in passato da questa Prefettura e ritenendolo per conto mio capacissimo per i suoi principi, che ritengo più anarchici che socialisti, di favorire se non commettere, reati politici”, informa il Ministero degli interni. [1]

In Messico Calvino è a capo della Direzione Agricoltura del paese in cui nel 2010 scoppia la rivoluzione di Pancho Villa. Lui aderisce, collaborando alla riforma agraria, che espropria i latifondisti e redistribuisce le terre tra i contadini poveri, e nel 1916, quando gli USA inviano contro Villa le truppe del generale Pershing, si arruola come soldato semplice. L’anno dopo si trasferisce a Cuba, dove nel 1920 lo raggiunge la moglie Eva Mameli, socialista, cinque anni prima divenuta la prima donna titolare di una cattedra di botanica in un’università italiana. Tre anni dopo nasce Italo e nel 1925 si trasferiscono a Sanremo, dove l’agronomo mette a frutto la sua esperienza all’estero dirigendo una stazione di acclimatamento di piante subtropicali intitolata a Orazio Orlando, il politico socialista di cui in gioventù era stato sostenitore.

 

 

Nel 1940 a Villa Meridiana, dove la famiglia Calvino ha “casa e bottega”, arriva, apprendista quattordicenne, Libereso Guglielmi, selvatico protagonista del racconto “Un pomeriggio, Adamo” in Ultimo viene il corvo e ispiratore della figura di Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante. “Alla domenica […] vado al bosco con mio fratello e riempiamo due sacchi di pigne. Poi, alla sera, mio padre legge forte dei libri di Eliseo Reclus. Mio padre ha i capelli lunghi fin sulle spalle e la barba fino al petto. E porta i calzoni corti, estate ed inverno. E io faccio dei disegni per la vetrinetta della FAI. E quelli col cilindro sono i finanzieri, quelli col cheppì i generali, e quelli col cappello tondo i preti. Poi ci do i colori all’acquarello” racconta Libereso a Marianunziata, la giovanissima domestica calabrese di casa Calvino, che invece la domenica va a messa.

Il padre che legge ai figli i libri del geografo anarchico e commissiona a Libereso i disegni per la bacheca della Federazione Anarchica Italiana è

 

un anarchico tolstoiano, assolutamente non violento, che aveva conosciuto Errico Malatesta ed era diventato amico di Petr Kropotkin. I figli li chiama Germinal, Libereso, Omnia e Fulcro, tutti non battezzati e nati da libera unione con la donna che condividerà la sua vita per cinquant’anni. Si trattava di gente semplice ma con una grande cultura, parlavano inglese e francese, leggevano ed erano in contatto con la comunità sanremese degli esuli socialisti e anarchici, con i viaggiatori inglesi, con gli artisti. In quella comunità intellettuale e cosmopolita nascono esperienze vegetariane naturiste che tentano di sviluppare un modo di vivere razionale e armonico. [2]

Nel 1948 il ragazzo che disegna i generali col cheppì rifiuta di arruolarsi nell’esercito dello Stato repubblicano, [3] così come suo padre, vent’anni prima, aveva inviato un esposto al Ministero degli Interni rifiutandosi di aderire ai sindacati di Stato fascisti. [4]

L’incontro e la rottura col PCI

È in questo ambiente, ricco anche di suggestioni politiche, che si sviluppano la personalità di Italo e le sue simpatie anarchiche, dentro il rapporto conflittuale col padre, che vuole farne un botanico mentre lui vuole fare il giornalista, ma che al contempo incarna un modello fervido di insegnamenti per il figlio, quello dell’intellettuale che non si chiude nella torre eburnea della propria scienza, ma la mette al servizio della società e, in particolare, di quelle classi sociali per cui essa può essere strumento di riscatto:

Ma bastava che dall’alto di una fascia qualcuno che potava o che dava il solfato alle viti lo interpellasse: “Prufessù, pe’ piaixè, a vureiva faghe ina dumanda”, e gli chiedesse un consiglio sulle miscele dei concimi, sull’epoca migliore per gli innesti, sugli insetticidi o le sementi nuove del consorzio agrario, e mio padre, rasserenato, calmo, esclamativo, un po’ verboso, si fermava a spiegargli il perché e il percome. (“La strada di San Giovanni”)

“Il primo ricordo della mia vita è un socialista bastonato dagli squadristi” racconta Calvino, che attenua subito: “Ma far discendere dalla prima immagine infantile tutto quel che si vedrà e si sentirà nella vita, è una tentazione letteraria”. Nonostante il fascismo, che i genitori criticano pur senza opporvisi attivamente, Italo vive una fanciullezza serena. La sua famiglia mantiene uno stile di vita anticonformista e chiede al liceo classico G.D. Cassini di Sanremo di esonerare il figlio dalle ore di religione. A 19 anni adempie ai desiderata paterni, iscrivendosi alla facoltà di Agraria della regia Università di Firenze, dove il 25 luglio del ‘43 è raggiunto dalla notizia della deposizione di Mussolini e dell’ascesa di Badoglio al governo. Torna a Sanremo ad agosto e dopo l’8 settembre si sottrae all’arruolamento da parte della Repubblica di Salò. Quando Felice Cascione, il partigiano imperiese autore di “Fischia il vento”, viene ucciso, Calvino aderisce al PCI: “La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche”, spiegherà, “Sentivo la necessità di partire da una ‘tabula rasa’ e perciò mi ero definito anarchico. […] Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l’azione; e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata”. Da lì a diventare partigiano il passo è breve. Entra nel CLN di Sanremo. Durante la clandestinità i genitori vengono sottoposti più volte a finte fucilazioni per “sapere dov’è Italo”, che dalla montagna scrive per la stampa clandestina e, dopo il 25 aprile, sulle numerose testate legate al CLN e alle Brigate Garibaldi. [5]

Finita la guerra Italo si trasferisce a Torino, la città “dove movimento operaio e movimento di idee contribuivano a formare un clima che pareva racchiudere il meglio di una tradizione e d’una prospettiva d’avvenire”, si iscrive finalmente alla facoltà di Lettere, incontra e si lega a Cesare Pavese, comincia a collaborare con la Einaudi, il Politecnico di Elio Vittorini, L’Unità e nel 1946 comincia a scrivere il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno.

Sono gli anni in cui Togliatti assegna agli intellettuali comunisti il compito “di garantire sul piano ideologico la mediazione politica, mediazione che va attuata in primo luogo all’interno del partito stesso” e “funzionale alla nuova linea strategica” stabilita dal VII congresso del Comintern nel 1935, cioè alla “costruzione di un campo socialista alternativo , di una società alternativa con tutte le sue articolazioni istituzionali all’interno dello sviluppo capitalistico, e quindi sostanzialmente subalterna a esso, nei singoli paesi come sul piano internazionale”, indicazione che prima della guerra dà luogo alla politica dei fronti popolari, poi del blocco antifascista con le classi dominanti, in Italia suggellato nel 1944 dalla “svolta di Salerno”. [6]

Nel 1957, dopo l’uscita dal PCI, Calvino pubblicherà una dissacrante descrizione di quella politica di compromesso con la borghesia liberale sulla rivista “Città Aperta” nel racconto “La gran bonaccia delle Antille”, irridente allegoria in cui lo zio Donald racconta ai nipotini di quando si trovò, imbarcato sulla flotta inglese di Drake, di fronte ai galeoni dei papisti spagnoli, senza un alito di vento, “e il capitano aveva spiegato che la vera battaglia navale era quello star lì fermi guardandoci, tenendoci pronti, ristudiando i piani delle grandi battaglie navali di Sua Maestà Britannica, e il regolamento del maneggio delle vele e del perfetto timoniere”, un attendismo, del resto, condiviso dal nemico: “Ma anche lì, gli ufficiali dell’ammiragliato spagnolo non volevano che si muovesse nulla, per carità! Su quel punto, i capi della nostra nave e di quella nemica, pur odiandosi a morte, andavano proprio d’accordo”.

Nel racconto si affacciano anche i sommovimenti in atto nel movimento comunista internazionale: “Su altre navi della flotta di Drake c’erano stati cambiamenti d’ufficiali e anche ammutinamenti, sommosse: si voleva ormai un altro modo di andar per mari, c’erano semplici uomini della ciurma, marinai di quarto e pure mozzi che ormai s’erano fatti esperti e avevano da dire la loro sulla navigazione… Questo i più degli ufficiali e quartiermastri ritenevano il pericolo più grave […]”.

I primi ammutinamenti arrivano nel giugno del 1953, poco dopo la morte di Drake/Stalin, quando gli operai della DDR si ribellano all’aumento delle quote di produzione derivanti dalla politica di “costruzione del socialismo” voluta dalla SED e una protesta economica circoscritta si trasforma, rapida quanto inattesa, nella rivendicazione dello sciopero generale contro il governo di Walter Ulbricht. Il conseguente intervento russo provoca decine di morti e 1.800 arresti, ma riscuote il plauso di Churchill, che commenta: “Ho avuto l’impressione che i russi siano intervenuti, in ragione dei crescenti disordini, con apprezzabile discrezione”. Tre anni dopo sono gli operai polacchi a scioperare contro gli aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità al grido di “pane e libertà” – 38 morti e 270 feriti – e da lì la ribellione investe l’Ungheria, dove governo e partito passano rispettivamente nelle mani di Imre Nagy e di János Kádár. Quando il primo annuncia l’intenzione di bandire il monopartitismo e uscire dal Patto di Varsavia, i carri armati sovietici, su richiesta del secondo, intervengono per sedare le proteste, provocando migliaia di morti e feriti e 200.000 profughi.

Pochi mesi prima si era chiuso il XX Congresso del PCUS, segnato dalla lettura a porte chiuse del “rapporto segreto” in cui Chruščëv aveva denunciato i crimini di Stalin, ma anche, aspetto su cui la storiografia politica tende a sorvolare, dallo sdoganamento ufficiale del compromesso con le classi dominanti. Scrive Sergio Dalmasso [7]:

La relazione di Nikita Krusciov al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica segna una svolta nel movimento operaio internazionale. Per Krusciov è superata la teoria che sostiene l’inevitabilità della guerra, teoria elaborata in anni in cui l’imperialismo abbracciava il mondo intero e le forze contrarie alla guerra erano deboli. A questo punto, al contrario, le forze della pace (paesi socialisti, movimenti operaio all’interno di quelli capitalisti e di liberazione nazionale) sono più forti e possono spostare il conflitto in altri campi, primo fra tutti la competizione economica e scientifica. È messo, quindi, oggettivamente in discussione il mito del modello sovietico come unica strada per costruire il socialismo. Il ricorso o meno alla violenza non dipende dal proletariato, ma dalle scelte della “classe degli sfruttatori”. Se la via parlamentare era impossibile per i bolscevichi russi, oggi la classe operaia, unendo attorno a sé altri strati popolari, può conquistare il parlamento e trasformarlo da organo della democrazia borghese a strumento della volontà popolare.

Insomma dal “socialismo in un solo paese”, l’URSS, si passa al socialismo ovunque, anche per via parlamentare. Nel PCI italiano la reazione di ampi settori di intellettuali ai fatti dell’Ungheria si consuma con tratti paradossali: Togliatti, che pure è un sostenitore della prima ora del compromesso con la borghesia liberale e della “via italiana” al socialismo, nel ’56 si trova a indossare suo malgrado i panni di chi difende lo status quo, contestato dai “dogmatisti” del PCI nostalgici di Stalin e più ancora dai “revisionisti”, che reclamano la piena e definitiva integrazione del partito nella democrazia borghese. Tra questi ultimi Antonio Giolitti, partigiano e costituente, a dicembre, all’VIII Congresso del PCI, contestato dai togliattiani, invita a procedere in quella direzione anche mettendo in soffitta parte del pantheon comunista:

Perciò noi oggi possiamo e dobbiamo proclamare, senza riserve e senza doppiezze, che le libertà democratiche, anche nelle loro forme istituzionali di divisione dei poteri, di garanzie formali, di rappresentanza parlamentare, non sono “borghesi”, ma sono elemento indispensabile per costruire la società socialista nel nostro paese. Questo, a mio avviso, bisogna dire, e non soltanto che noi oggi vediamo la possibilità di arrivare al socialismo attraverso la democrazia e la Costituzione. È vero, come ha detto il compagno Togliatti, che ciò non comporta affatto una revisione dei nostri principî; credo tuttavia che ciò imponga un riesame, alla luce dei principî marxisti e dell’esperienza storica, della teoria leninista della conquista del potere.

La brutale aggressione dei carri armati russi a quelli che L’Unità diretta da Ingrao chiama “teppisti” e che, come rivendicherà Napolitano nel congresso, è servita “non solo a difendere gli interessi militari e strategici dell’URSS, ma a salvare la pace nel mondo”, suscita reazioni accorate, in particolare tra quegli intellettuali a cui Togliatti aveva affidato il compito di tranquillizzare la borghesia italiana (e ciò forse non è casuale). Ma nel biennio 1956-1957 il PCI perde 90.000 iscritti tra gli operai e, tra i membri della Direzione, l’unico critico è il segretario generale della CGIL, Di Vittorio, attaccato da tutti, che la sera del 28 ottobre riceve un telegramma di sole 14 parole, ancora conservato nell’archivio storico della CGIL: “Commosso condivido tua posizione necessaria per salvare nostro partito et causa socialismo Italo Calvino”.

Alla Einaudi la cellula del PCI “Giaime Pintor”, di cui Calvino fa parte, lancia un “appello ai comunisti” parlando di “gravi errori” della direzione del partito, chiedendo che ne “sia sconfessato l’operato” per evitare che il PCI perda il suo “prestigio morale e politico”. A quelle prime prese di posizione segue il “Manifesto dei 101”, ispirato, si dice, proprio da Giolitti, in cui alcuni tra i maggiori intellettuali comunisti, tra cui Carlo Muscetta, Natalino Sapegno, Lucio Colletti, Elio Petri, Enzo Siciliano, Mario Tronti, Renzo De Felice, Alberto Caracciolo, Alberto Asor Rosa, Corrado Maltese, Giorgio Candeloro e Paolo Spriano, [8] scrivono:

1) I fatti d’Ungheria dimostrano che quando prevalgono resistenze, ritardi, o addirittura il proposito di contenere il processo di democratizzazione dei partiti comunisti e dei regimi sociali iniziato dal XX Congresso del Pcus, inevitabilmente si verificano profonde fratture nel popolo e nella stessa classe operaia, che il partito è impotente a superare […]. La condanna dello stalinismo è irrevocabile.

2) Dagli avvenimenti di Polonia, e soprattutto d’Ungheria scaturisce una critica a fondo, senza equivoci, dello stalinismo […] Da mesi si tenta di minimizzare il significato del crollo del culto e del mito di Stalin, si cerca di nascondere al partito i crimini da e sotto questo dirigente, definendoli “errori” o addirittura “esagerazioni” […].

3) […] se non si vuole distorcere la realtà occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento organizzato della reazione […] ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una propria via nazionale, nonostante la presenza di elementi reazionari.

Il documento, rifiutato da L’Unità, finisce sulla stampa liberale, suscitando scandalo tra i fedeli a Togliatti. Calvino, che nel ’56 è diventato membro della Commissione Cultura del PCI, non è tra i firmatari. Forse attende gli esiti dell’VIII Congresso, che si terrà a fine anno, ma deluderà qualunque aspettativa di cambiamento. Perciò l’anno successivo rinnova la tessera, ma decide di astenersi, come scriverà ad agosto, “da ogni attività di Partito e dalla collaborazione alla sua stampa, perché ogni mio atto politico non avrebbe potuto non portare traccia del mio dissenso”.

“Scrittore indipendente” (e curioso)

La rottura definitiva avviene dopo che Giolitti esce dal PCI per aderire al PSI. Il 7 agosto L’Unità pubblica la lettera di dimissioni in cui Calvino traccia un bilancio negativo dell’VIII congresso, che ha espresso un “sostanziale conservatorismo, ponendo l’accento sulla lotta contro i cosiddetti ‘revisionisti’ anziché su quella contro i dogmatici” e stigmatizza la “drastica e sprezzante stroncatura del lavoro di ricerca di Antonio Giolitti (cui mi lega una profonda stima e una fraterna solidarietà)” e che “mi ha tolto ogni residua speranza di poter svolgere una funzione utile pur ai margini del Partito”. A queste osservazioni, tuttavia, si somma anche una polemica di natura prettamente culturale: “non ho mai creduto (neanche nel primo zelo del neofita) che la letteratura fosse quella triste cosa che molti nel Partito predicavano, e proprio la povertà della letteratura ufficiale del comunismo mi è stata di sprone a cercare di dare al mio lavoro di scrittore il segno della felicità creativa”.

Eppure Calvino la definisce una “lettera d’amore” e vi ribadisce l’adesione alle ragioni che lo avevano spinto ad aderire al PCI, si dice pronto “in determinate circostanze” a “prendere posizione al vostro fianco senza riserve interiori” e si congeda rivolgendo “un saluto ai compagni che nei loro settori di lavoro lottano per affermare giusti principi, e anche a quelli più lontani dalle mie posizioni che rispetto come combattenti anziani e valorosi e al cui rispetto, nonostante le opinioni diverse, tengo immensamente; e a tutti i compagni lavoratori, alla parte migliore del popolo italiano, dei quali continuerò a considerarmi il compagno”.

Col ’56, scrive ancora Sergio Dalmasso, nell’articolo già citato:

Si apre un ciclo di riflessioni e di esperienze che caratterizzerà poi tutti gli anni Sessanta, con anticipazioni significative e l’emergere dì nodi che attraverseranno il movimento operaio per una stagione intera. Lo scioglimento della doppiezza in senso riformistico va di pari passo con proposte di rilettura, di discussione, di rinnovamento. Una doverosa ricostruzione a posteriori degli anni Cinquanta vede in questi la definitiva sconfitta operaia, ma anche fermenti di autocritica nell’organizzazione sindacale, il massimo affermarsi del “togliattismo”, ma anche l’emergere del pensiero di Panzieri, la messa in discussione di vecchi schemi incapaci di interpretare la nuova realtà di classe a livello nazionale e internazionale, una nuova riflessione sul ruolo degli intellettuali, sul rapporto partito/classe, organizzazione/autonomia, della democrazia nel partito e nella società. La crisi dello stalinismo accentua fortemente il senso di svolta rispetto alla realtà precedente, il carattere di scelta traumatica continuità/rottura, pur nella ambivalenza (riformismo, nuova strategia rivoluzionaria) insita in una denuncia che apre appunto sbocchi anche opposti.

In questa temperie politico-culturale fioriscono le riviste che si propongono di ospitare le istanze di rinnovamento. Calvino collabora con alcune, come Città Aperta, che gli pubblica “La gran bonaccia delle Antille” e si ritaglierà, di qui in poi, il ruolo di “scrittore indipendente” annunciato nella lettera di dimissioni. Non segue Giolitti nel PSI e non disdegna di guardare alle correnti marxiste dissidenti e antistaliniste a sinistra del PCI. Tra il ’58 e il ’59 pubblica “La morale di Trotsky” ed “Etica ed estetica di Trotsky”, dedicati a Letteratura, arte e libertà, una raccolta di scritti del rivoluzionario russo assassinato nel 1940 da un sicario di Stalin, tra cui “Per un’arte rivoluzionaria indipendente”, il manifesto della Federazione Internazionale degli Artisti Rivoluzionari, scritto a quattro mani con André Breton. Il volume, pubblicato dalle edizioni di Arturo Schwarz, è curato da Livio Maitan, dirigente della Quarta Internazionale, fondata da Trotsky come alternativa al Comintern stalinizzato, e Tristan Sauvage, nom de plume utilizzato da Schwarz per firmare  le proprie opere di unico esponente italiano del surrealismo.

Confermando la sua adesione morale più che ideologica al comunismo, Calvino, è interessato all’etica di Trotsky, perché “l’etica dovrebbe venire prima e l’estetica buon’ultima”. E analizzando un suo celebre saggio, La loro morale e la nostra (1938), incluso nel volume, vi trova, pur in un quadro che gli appare contraddittorio, una conferma delle ragioni che lo hanno spinto a rompere col PCI:

[…] la morale socialista non può aver nulla a che fare con quella machiavellica. Tra fine e mezzi c’è un’interdipendenza dialettica, non possono essere mezzi buoni (cioè mezzi rivoluzionari) se non quelli che si accompagnano a un processo d’emancipazione delle masse, a una liberazione e a un arricchimento morale degli uomini. “Quando diciamo che il fine giustifica i mezzi, ne consegue per noi che il grande fine rivoluzionario respinge, tra questi mezzi, i procedimenti e i metodi indegni che sospingono una parte della classe operaia contro un’altra; o che tentano di fare la felicità delle masse senza la loro partecipazione; o che minano la fiducia delle masse in se stesse e nella loro organizzazione sostituendovi l’adorazione dei ‘capi’. Al di sopra di ogni altra cosa, la morale rivoluzionaria condanna irriducibilmente il servilismo nei confronti della borghesia e l’altezzosità nei confronti dei lavoratori, cioè una delle caratteristiche più radicate nella mentalità dei pedanti e dei moralisti piccolo-borghesi”.

Calvino ne deduce che

[…] nella morale rivoluzionaria rientra la violenza popolare, dal basso, non quella poliziesca, dall’alto, se non emani da un’autorità ancora investita da una spinta popolare diretta; che alla morale rivoluzionaria contribuiscono le lotte tra tendenze che coinvolgono ed educano l’opinione della base, non quelle le cui ragioni sono note solo al livello dei capi; che i mezzi ‒ insomma ‒ giustificano il fine più di quanto il fine non giustifichi i mezzi, cioè in ogni situazione storica la superiorità morale del socialismo si vive e si giustifica ‘qui ed ora’, non in un ipotetico domani di rosea perfezione.

Annunciando a Livio Maitan l’uscita del secondo scritto su Trotsky, Calvino aggiunge di aver letto in treno il saggio dello stesso Maitan Trotsky oggi e annota: “Nella mia scontentezza per le varie posizioni della sinistra italiana la lettura del tuo libro mi conferma nella necessità di una politica rivoluzionaria alla precisazione della quale vedo che il pensiero trotskista non può non esser tenuto presente” (lettera conservata nella Biblioteca Livio Maitan, Roma).

Anche qui si tratta di un giudizio fondato, più che su una condivisione strategica delle istanze del movimento trotskista, su una vicinanza morale che si mescola anche alle istanze profonde di un’etica letteraria e intellettuale. Quelle masse di cui non si può fare la felicità senza la loro partecipazione sono il pubblico a cui Calvino, senza mai rinunciare alla prerogativa di autore colto, nel corso della sua intera parabola di artista e di intellettuale, parlerà attingendo a un repertorio letterario raffinato e multiforme – dal racconto neorealista alla canzone di ispirazione brechtiana, dalla fiaba  al romanzo destrutturato di Queneau e all’école du regard – ma mantenendo sempre l’attenzione a restare comprensibile ai lettori di ogni classe sociale. Uno sforzo che costituisce forse il suo miglior lascito alla letteratura del Novecento; che ricorda molto l’attitudine di chi al contadino che “u ghe vureiva fa ina dumanda” spiegava il perché e il percome e, perciò stesso, rappresenta la chiusura di un cerchio che è, allo stesso tempo, personale, politico e letterario.

NOTE

[1] Stefano AdamiL’ombra del padre. Il Caso Calvino, 2010: https://escholarship.org/content/qt8qm3b0q3/qt8qm3b0q3_noSplash_ee5a97fe8a770e7c5dad8b18f11fd229.pdf?t=n1lhxy

[2] Nico Gallo, “Libereso Guglielmi, giardiniere e pianta”, 2016: https://www.academia.edu/32102631/Libereso_Guglielmi_giardiniere_e_pianta.pdf

[3] Pasquale Iuso, “Gli anarchici e la trasformazione dell’Italia repubblicana. Spunti di ricerca e riflessioni per la storia di un movimento”, Officina della Storia, 2016: https://www.officinadellastoria.eu/it/2016/07/06/gli-anarchici-e-la-trasformazione-dellitalia-repubblicana-spunti-di-ricerca-e-riflessioni-per-la-storia-di-un-movimento/

[4] Guido Barroero, “Guglielmi, Renato Lorenzo” (scheda), Archivio digitale Biblioteca Franco Serantini: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13676-guglielmi-renato-lorenzo

[5] Daniela CassiniSarah Clarke LoiaconoItalo Calvino. Il partigiano Santiago, 2023, contiene una meticolosa ricostruzione dell’attività di Calvino in questo periodo, attingendo ai suoi scritti, ad altri testimoni e, oltre al materiale fornito dall’Archivio Storico della Resistenza di Imperia, ad alcuni documenti unici e inediti dell’archivio privato Giacometti-Loiacono.

[6] Nicoletta MislerLa via italiana al realismo. La politica culturale del P.C.I. dal 1944 al 1956, 1973.

[7] Sergio Dalmasso, “Il nodo del ’56 e la sinistra italiana”, in Per il ‘68, n. 10, 1996

[8] Francesca Chiarotto, “Il manifesto dei 101. Abbozzo prosopografico”, in Francesca ChiarottoAlexander Höbel (a cura di), Il 1956. Un bilancio storico e storiografico, 2022: https://books.openedition.org/aaccademia/11523

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